Del Presepe Napoletano le rappresentazioni più importanti sono quelle dei presepi di San Giovanni a Carbonara, San Domenico Maggiore, Sant’Eligio e Santa Chiara.

Il Presepe Napoletano inizia verso il xv secolo quando cominciano a comparire nelle carte degli archivi napoletani i “figurarum sculptores”. Sono i figurarum sculptores che compongono tali sacre rappresentazioni per le chiese e per le cappelle di Napoli. Tra queste rappresentazioni le più importanti sono quelle dei presepi di San Giovanni a Carbonara, San Domenico Maggiore, Sant’Eligio e Santa Chiara.

Al presepe del periodo medievale, fanno seguito quelli del XVII, XVIII e XIX secolo, degni di essere annoverati nella storia dell’arte figurativa napoletana.

Il presepe napoletano e il mutamento della figurazione del presepe.

Il mutamento compiuto della figurazione del presepe, dal lato mistico e religioso, si ha proprio a Napoli. Il Mistero della Natività veniva recitato in alcuni teatri dalla vigilia di Natale all’Epifania.
La rappresentazione cominciava, in forma farsesca e ironica, con l’eterna lotta fra il Bene e il Male, tra il diavolo e l’Arcangelo Gabriele. La rappresentazione era sempre interrotta da risa, pernacchi e lanci di patate, cortecce di melone e cavoli. Spesso lo spettacolo veniva interrotto e i disturbatori condotti al posto di guardia.

Nel Settecento il Presepe Napoletano diventa movibile.

Verso la fine del Settecento, a Napoli, in alcune botteghe disseminate nei quartieri popolari si esponeva il presepe movibile. L’oste che mesceva il vino, gli avventori che giocavano a carte, i pastori, gli zampognari, che avanzavano verso la Sacra Famiglia. Il burattinaio mostrava una sequela di quadri senza nesso tra loro. Vi si rappresentava il sacrificio di Isacco, l’episodio di Giuditta, con l’esibizione del relativo teschio. Al centro della scena vi era il trono, su cui era collocata la Vergine con Gesù, San Giuseppe, i Magi e il loro lungo e sfarzoso corteo. Infine, tra un assordante concerto di ciaramelle, tromboni, il pubblico intonava l’inno di Sant’Alfonso.
Ben presto i concili sacri proibirono queste rappresentazioni sceniche che, buffonescamente e senza rispetto, raffiguravano il Mistero della Natività.

Il presepe: fenomeno aristocratico e popolare.

La letteratura artistica sul presepe accenna, ripetutamente, ad un pubblico vasto ed eterogeneo, incantato dalla grandiosità degli allestimenti, divertito dalla presenza di tipi grotteschi.

All’inizio del XVIII secolo non erano solo le chiese i luoghi di rappresentazione del presepe. Anche i privati ne allestivano di sontuosi, spesso in più stanze, che attiravano l’attenzione di un folto pubblico, di ogni ceto sociale.

Già nel Natale del 1707 il primo viceré austriaco in città si recò ad ammirare il presepe, montato nella propria casa, dall’architetto Gian Battista Nauclerio, in cui la tecnica di illuminazione simulava lo scorrere delle ore del giorno. Il più celebre presepe è quello del principe di Ischitella, dove oro e gemme scintillavano sui mantelli dei Magi; più che dall’artistica esecuzione delle figurine, la meraviglia degli spettatori era suscitata dalla preziosità degli oggetti profusi nelle scene del presepe.

Dopo i primi decenni del Settecento, il presepe, allontanatosi progressivamente dalla sua iniziale intonazione mistica, si qualificherà come una rappresentazione spettacolare di tono profano.

Con Carlo III il presepe veniva costruito in alcuni saloni del Palazzo Reale di Napoli

Lo stesso re Carlo III di Borbone «a certe sfaccendate ore del giorno» si divertiva a situare i “pastori”. La sua consorte invece diventava sarta «quasi tutto l’anno» per cucire gli abiti. Il presepe veniva costruito in alcuni saloni del Palazzo Reale di Napoli era immenso. Consisteva in una catena lunghissima di montagne, con i paesaggi, con le taverne, con le botteghe e i mercati. In quella scena immensa e di grande effetto, era disposto un intero popolo di pastori. Con i pastori erano collocati migliaia di piccoli oggetti di dettaglio, di offerte e di attrezzi.

Nel 1700 il presepe era il principale avvenimento delle feste natalizie.

Ai tempi di Carlo III e Ferdinando IV (1732), infatti, il presepe costituiva l’avvenimento principale delle feste natalizie. Il re e la corte si recavano a visitare i maggiori presepi della capitale.
Si narra che, nel 1768, la giovane regina Carolina, dinanzi al gigantesco presepe del Gesù Nuovo, si stupiva dei particolari della Palestina in sughero e cartapesta, simile al paesaggio napoletano. Il corteo variopinto dei Re Magi si snodava tra pastori, contadini e pescatori in miniatura. Tutti abbigliati coi costumi della festa di Procida, di Torre, di Castellammare. Poco discosta dalla Santa Grotta, la Taverna dove pendevano salami e salsicce. Sui tavoli, imbanditi dall’oste in grembiulone a scacchi, si allineavano le minuscole stoviglie.
Nei caseggiati intorno, addossati alla rupe di gesso, donne ciarliere sostavano sui balconi, dove seccava la conserva. Un venditore di taralli atteggiava la faccia a grande meraviglia, additando la cometa.

Nell’aristocrazia il Presepe Napoletano serviva a ostentare la capacità economica.

Anche i ricchi borghesi agivano alla pari dell’aristocrazia, a ostentare la solidità economica raggiunta, a costruire, a volte improvvisandosi registi, grandi composizioni. Il presepe ebbe larga diffusione anche presso il popolo partenopeo. Anche se in forma più “umile” e meno sontuosa, poiché i figurinai, sentivano che il “popolino” non avrebbe potuto comprendere ed amare il presepe, se non animato da rozzi pastori dai lineamenti marcati e dal viso abbronzato dal sole. Così ogni casa aveva il suo presepe. Anche se il pescatore, l’artigiano, si accontentavano di pochi pastori raggruppati su un minuscolo “scoglio”. Il presepe veniva gelosamente custodito dietro il vetro verdognolo della “scarabattola”, deposta sul comò o appesa al muro a guisa di tabernacolo.

Il presepe Napoletano sale dal popolo all’aristocrazia.

Molti studiosi si sono chiesti se il presepe sia nato presso il popolo e abbia influenzato le classi aristocratiche. O se invece si possa parlare di una “discesa” dall’alto verso il basso, dall’aristocrazia alla plebe.
Con molta probabilità il presepe napoletano ha la sua origine nelle rappresentazioni sacre diffusissime a Napoli e nel Regno, nel periodo natalizio. Rappresentazioni con cui si rappresentavano nelle strade varie vicende legate alla Natività; ma, ancor più sicura è la sua diffusione, prima che nelle classi popolari, nel mondo aristocratico della corte.

Il presepe napoletano è una voce tipica della cultura artistica partenopea del settecento.

Voce tipica della cultura artistica nella Napoli del Settecento è il presepe. Mnifestazione ciclica, a ricorso annuale, che si avvale, come costante fissa, di figurine di piccolo formato.
Le variazioni annuali però gravavano non solo sul singolo pastore, ma sulla intera serie delle discipline, che regolavano il gioco del presepe. La sceneggiatura che dispone i gruppi, secondo un copione ispirato, con libertà, al testo della storia sacra. La scenografia, che subirà l’ascendente dei fatti culturali del giorno tra cui il ritrovamento di Pompei. Il rinnovato interesse per la vita del contado, i cortei e le feste reali, qualsivoglia avvenimento di cronaca, che ravvisasse la curiosità cittadina.
Archeologia, etnografia, folklore e teatro, teatro colto e teatro popolare, spettacolo religioso e spettacolo di strada, tante emozioni e ispirazioni diverse, convergevano nel piccolo boccascena del presepe.

Il presepe NApoletano come espressione artistica partenopea

Il Presepe Napoletano un’esperienza mondana e disincantata.

Il presepe settecentesco, che diremo cortese, a figurine piccole, si rivela esperienza mondana, sostanzialmente disincantata e laica. Un gioco alla moda della corte, dell’aristocrazia e dei ricchi borghesi. Il presepe di Palazzo invece diventa disimpegno di élite, cui si attende nelle ore sfaccendate del giorno. Un divertimento attraverso il quale ci si può rivelare colti, spiritosi, ma anche creativi. Mostrare gusto per il travestimento, la propria sensibilità, la preparazione culturale ma, anche e soprattutto, il potenziale economico e la ricchezza del casato.

E non c’è da dubitare che ogni anno si procedesse a variazioni di questo o quel vestitino della figurina, di qualche ornamento o accessorio.
Ciò si rendeva necessario anche per celare, o almeno rendere meno evidenti, le ripetizioni dei personaggi; infatti, frequentemente le testine dei pastori si ripetevano in copie, riproduzioni seriali di uno stesso modello.

Si ha così un presepe aulico e cortese, nettamente distinto dal presepe devozionale, liturgico, connesso ai riti e alle celebrazioni del Natale.
Sebbene anche il presepe liturgico avesse le sue note di vita quotidiana, con il presepe cortese siamo in tutt’altro ambito di intenzioni e pensieri.
Qui la contrapposizione tra i nobili del seguito dei Magi e i Lazzari è spinta ai limiti del grottesco, mentre nei presepi di chiesa non si vedeva nulla di simile, né si vedrà in seguito allorché, con la caduta delle grandi casate, le collezioni presepiali si disperdono e tanto prezioso materiale non defluirà nelle chiese, come ci si sarebbe immaginato, ma la Chiesa sostanzialmente rifiuterà questi “teatrini” profani impostati secondo una sensibilità niente affatto laica.

Nel Presepe Napoletano troviamo i “diversi”.

Nel presepe cortese, e solo lì, è possibile scorgere la satira sul “cafone”, sul contadino provinciale o sulla gran moltitudine degli emarginati, i “diversi”, i reietti della società, oggetti costanti non di compatimento e di solidarietà, ma di scherno e di sollazzo, cui si contrappongono i nobili del corteo regale, le georgiane, figure che esaltano e decantano la propria casta.

Il momento della nascita è spesso alterato rispetto alla tradizione evangelica quando, in luogo della tradizionale grotta, vi si trovano le simboliche rovine di un tempio pagano, in cui è fortemente evidente l’influsso sull’immaginario popolare dei ritrovamenti delle rovine di Ercolano e Pompei.
L’uso di questi elementi “archeologici” è di chiaro contenuto simbolico: l’avvento del messaggio cristiano sorto dalle rovine del paganesimo.
I fratelli Gentile si erano specializzati nel dipingere sfondi e “massi”.

In tutti i presepi, le casette erano intagliate in fogli di sughero, coperto da uno strato di gesso dipinto, intonacato in tutte le sfumature dal nerastro al rossiccio, con una patina che imitava l’annerimento degli anni.

Molte volte le costruzioni erano addirittura costituite da minuscoli mattoncini di terracotta, tenuti insieme dalla calce.
Il paesaggio, ammantato da infinito muschio, punteggiato da pini, cactus e grappoli di fichi d’india, brulica di una folla sterminata che si sospinge, si urta, si accalca.

La scena centrale e principale, il motivo, la causa prima del presepe, la Nascita del Redentore, è come sopraffatta, rimpiccolita, soffocata, per far posto a uno scenario ricco, brulicante di costumi, di luci e di colori, ove l’occhio vaga smarrito senza avere un punto dominante su cui posarsi.

Si ringrazia Raffaele Scuotto, responsabile comunicazione de – La bottega d’arte”La Scarabattola”

Fonte storica: http://www.o-presebbio.com/