Con Carlotta Carpentieri | Giada Laporta. Regia Francesco Gafforio

SINOSSI – Primo capitolo di unaTrilogia che costituisce un progetto nato dall’urgenza di raccontare l’infinità di storie nascoste tra le pagine polverose di archivi abbandonati. È esattamente quel sentimento di calda comprensione di una vita lontana nel tempo l’ispirazione e l’aspirazione di quest’opera. La parte uno è l’impellente racconto di Nunzia, pellegrina di manicomi, profeta di un amore ingenuo, narratrice delle dimenticate. La dimensione è il ricordo, da quello antico e profondo, che contrappone chi può sopravvivere alla Storia e chi non ne è meritevole, a quello prossimo, che arriva a sfiorarci, senza toccarci davvero.

NOTE DI REGIA: Costruire la semplicitàLa prima volta che mi è capitato di leggere fino alla fine questo testo ricordo di aver trascorso alcuni minuti a riflettere, sorpreso dalla natura delle riflessioni che sorgevano spontanee. Di fronte all’apparente semplicità del contenuto sarei stato tentato di limitarmi a pensare agli aspetti tecnici della messinscena e affidare esclusivamente alla perizia delle interpreti la buona riuscita del progetto, ma in cuor mio sapevo che ciò non sarebbe bastato. Come si costruisce la semplicità? La risposta a questa apparente aporia in breve tempo mi apparve chiara: il training. Soltanto lunghe sessioni di gioco avrebbero permesso alle attrici di accedere al nucleo puro e limpido di sensazioni che i personaggi trasudano da ogni azione, verbale, non verbale o para-verbale che fosse.

Il luogo della mente – Soltanto dopo i primi incontri è parso chiaro a tutti che in scena si era creato un confine spaziale fra il presente di Nunzia, con la sua apparente incapacità di raccontare il suo mondo, e il presente infinito e indefinito della sua mente, nella quale si muovono gli altri personaggi, tutti interpretati dalla stessa attrice, una testimonianza tangibile e vivida di ciò che le parole di Nunzia faticano a raccontare. Ecco che la scena è occupata quasi totalmente da questo mondo nascosto che solo il teatro è riuscito a rendere visibile. La claustrofobica realtà del manicomio, rappresentata da un’attrice quasi immobile al centro della scena, fa esplodere i suoi confini e li confonde con quelli del mondo taciuto, fatto di immagini profonde e simboliche, di azioni che si eternano e hanno il sapore della libertà e del dolore incancrenito.

Non ti scordar di me I confini labili e invisibili fra questi due mondi sono gli stessi che nel testo si palesanonella dialettica fra il detto e il taciuto, fra la superficialità e la leggerezza, fra la memoria el’oblio. E proprio quest’ultima dicotomia rappresenta per me e per le attrici che simettono in gioco il vero punto di tensione (non esattamente di conflitto) che anima lascena: Nunzia ha l’esigenza di ricordare eventi e realtà che le sorde mura degli istitutisoffocano ogni giorno, nascondendo al mondo la profonda umanità degli interpretiinvolontari che la civiltà ha deciso di dimenticare. Ma Nunzia è un essere umano e per quanto si sforzi di ricordare alla perfezione i dettagli, per strapparli all’oblio e renderegiustizia alle sue compagne di prigionia dimenticate dal mondo, la memoria perdegradualmente terreno a favore dell’oblio: un lungo braccio di ferro che ciascuno di noi èdestinato a perdere contro la Storia.

Il Rito Queste considerazioni hanno guidato la costruzione della pièce. Nunzia e le immaginidella sua mente fanno la Storia, che è fatta di uomini e donne che decidono diraccontare: lo fa attraverso il rito della narrazione, che è poi il rito del teatro. Portare inscena la sua volontà di eternare la sua esperienza e questi volti altrimenti dimenticatipermette allo spettatore di ricordare che lontano dall’orizzonte delle nostre esperienzec’è un mondo che ha necessità di raccontare e raccontarsi per non svanire.

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