martedì 23 Aprile 2024
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LA TENEREZZA di Carlotta Carpentieri

Con Carlotta Carpentieri | Giada Laporta. Regia Francesco Gafforio

SINOSSI – Primo capitolo di unaTrilogia che costituisce un progetto nato dall’urgenza di raccontare l’infinità di storie nascoste tra le pagine polverose di archivi abbandonati. È esattamente quel sentimento di calda comprensione di una vita lontana nel tempo l’ispirazione e l’aspirazione di quest’opera. La parte uno è l’impellente racconto di Nunzia, pellegrina di manicomi, profeta di un amore ingenuo, narratrice delle dimenticate. La dimensione è il ricordo, da quello antico e profondo, che contrappone chi può sopravvivere alla Storia e chi non ne è meritevole, a quello prossimo, che arriva a sfiorarci, senza toccarci davvero.

NOTE DI REGIA: Costruire la semplicitàLa prima volta che mi è capitato di leggere fino alla fine questo testo ricordo di aver trascorso alcuni minuti a riflettere, sorpreso dalla natura delle riflessioni che sorgevano spontanee. Di fronte all’apparente semplicità del contenuto sarei stato tentato di limitarmi a pensare agli aspetti tecnici della messinscena e affidare esclusivamente alla perizia delle interpreti la buona riuscita del progetto, ma in cuor mio sapevo che ciò non sarebbe bastato. Come si costruisce la semplicità? La risposta a questa apparente aporia in breve tempo mi apparve chiara: il training. Soltanto lunghe sessioni di gioco avrebbero permesso alle attrici di accedere al nucleo puro e limpido di sensazioni che i personaggi trasudano da ogni azione, verbale, non verbale o para-verbale che fosse.

Il luogo della mente – Soltanto dopo i primi incontri è parso chiaro a tutti che in scena si era creato un confine spaziale fra il presente di Nunzia, con la sua apparente incapacità di raccontare il suo mondo, e il presente infinito e indefinito della sua mente, nella quale si muovono gli altri personaggi, tutti interpretati dalla stessa attrice, una testimonianza tangibile e vivida di ciò che le parole di Nunzia faticano a raccontare. Ecco che la scena è occupata quasi totalmente da questo mondo nascosto che solo il teatro è riuscito a rendere visibile. La claustrofobica realtà del manicomio, rappresentata da un’attrice quasi immobile al centro della scena, fa esplodere i suoi confini e li confonde con quelli del mondo taciuto, fatto di immagini profonde e simboliche, di azioni che si eternano e hanno il sapore della libertà e del dolore incancrenito.

Non ti scordar di me I confini labili e invisibili fra questi due mondi sono gli stessi che nel testo si palesanonella dialettica fra il detto e il taciuto, fra la superficialità e la leggerezza, fra la memoria el’oblio. E proprio quest’ultima dicotomia rappresenta per me e per le attrici che simettono in gioco il vero punto di tensione (non esattamente di conflitto) che anima lascena: Nunzia ha l’esigenza di ricordare eventi e realtà che le sorde mura degli istitutisoffocano ogni giorno, nascondendo al mondo la profonda umanità degli interpretiinvolontari che la civiltà ha deciso di dimenticare. Ma Nunzia è un essere umano e per quanto si sforzi di ricordare alla perfezione i dettagli, per strapparli all’oblio e renderegiustizia alle sue compagne di prigionia dimenticate dal mondo, la memoria perdegradualmente terreno a favore dell’oblio: un lungo braccio di ferro che ciascuno di noi èdestinato a perdere contro la Storia.

Il Rito Queste considerazioni hanno guidato la costruzione della pièce. Nunzia e le immaginidella sua mente fanno la Storia, che è fatta di uomini e donne che decidono diraccontare: lo fa attraverso il rito della narrazione, che è poi il rito del teatro. Portare inscena la sua volontà di eternare la sua esperienza e questi volti altrimenti dimenticatipermette allo spettatore di ricordare che lontano dall’orizzonte delle nostre esperienzec’è un mondo che ha necessità di raccontare e raccontarsi per non svanire.

Redazione IDN
Redazione IDNhttps://napoli.itineraridellacampania.it
EDITOR E WEB DESIGNER. NATO A VENEZIA NEL 1973, VIVO E LAVORO FRA MILANO E NAPOLI. Sono nato nel 1973 a Venezia. Nascere e vivere a Venezia significa avere la fortuna di crescere respirando il profumo dell'arte in tutte le sue espressioni, dall'architettura alla pittura fino al cinema, così sin da subito mi sono lasciato trasportare da queste sensazioni. Da prima la fotografia, poi il teatro e la televisione, fino a scoprire, verso gli anni novanta, il piacere della sintesi e dell'impatto visivo del segno grafico. E' emozionante vedere stringere nelle mani di persone che non conosci e che non mi conoscono il frutto del mio lavoro.
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