martedì 17 Febbraio 2026
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Concerto RAI il 30 Novembre con Ilya Grubert e la direzione di Stefano Pagliani

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Ilya Grubert violino solista per il Concerto RAI della Nuova Orchestra Scarlatti

Grande musica mercoledì 30 novembre, con ingresso gratuito, al Teatro Mediterraneo della Mostra d’Oltremare. “Concerto RAI” Con la Nuova Orchestra Scarlatti e il violinista solista Ilya Grubert, la direzione di Stefano Pagliani. Musiche di Max Bruch e Ludwig van Beethoven.

Concerto RAI, un evento che si rifà alle stagioni concertistiche dell’Orchestra Scarlatti presso l’Auditorium della RAI di Napoli. A suonare con la Nuova Orchestra Scarlatti, uno dei massimi virtuosi del momento: il violinista lettone Ilya Grubert, concertista di fama mondiale.

Dirigerà la Nuova Orchestra Scarlatti Stefano Pagliani, già primo violino solista della Scala di Milano e della Filarmonica della Scala, che dagli inizi degli anni ’90 ha intrapreso una prestigiosa attività come direttore d’orchestra in Italia e all’estero. Nell’occasione, i Maestri Grubert e Pagliani terranno due masterclass per giovani strumentisti del territorio.

La possente Ouverture Coriolano, composta da Beethoven nel 1807 aprirà il “Concerto RAI”

In programma evergreen classici come il celebre e amato Concerto per violino e orchestra in sol minore n. 1 op. 26 di Max Bruch e due capolavori sinfonici di Beethoven, l’ouverture Coriolano e la Quarta Sinfonia.

Il Concerto per violino e orchestra in sol minore n. 1 op. 26 del compositore tedesco Max Bruch (1838-1920) è un trionfo di brillante virtuosismo e appassionata cantabilità, arricchito dall’invenzione melodica commossa e commovente dell’Adagio centrale.

Aprirà il concerto la scultorea, possente Ouverture Coriolano, composta da Beethoven nel 1807 come intermezzo per l’omonima tragedia di Heinrich Joseph von Collin, vertice dello stile epico del sommo compositore tedesco; chiuderà il programma ancora Beethoven con la sua Quarta Sinfonia, luminoso capolavoro di una giovane grande anima ancora legata al mondo e felice di condividere con esso la sua gioia.

Stefano Pagliani, già primo violino solista della Scala di Milano e della Filarmonica della Scala
Stefano Pagliani, già primo violino solista della Scala di Milano e della Filarmonica della Scala

Sotto il cielo più puro

E’ un appuntamento musicale de I Campi Flegrei – “Sotto il cielo più puro”, concerti sociali per la X Municipalità, rassegna realizzata dalla Nuova Orchestra Scarlatti per il progetto Affabulazione del Comune di Napoli, attuato con fondi del MIC. Media partner RAI Campania.

L’intera manifestazione è dedicata al M.° Yuriy Kerpatenko, ucciso a Kherson (Ucraina), ottobre 2022. Per ulteriori informazioni e approfondimenti: nuovaorchestrascarlatti.it – 0812535984 – info@nuovaorchestrascarlatti.it

Peppe Maiulli VS Ernesto a Foria al Nuovo Teatro Sancarluccio

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Ernesto a Foria interpretato da Peppe Maiulli, fino al 9 dicembre  al Nuovo Teatro Sancarluccio con lo spettacolo “Peppe Maiulli VS Ernesto a Foria- Ovvero song’ allergico ‘e fravole” di e con Peppe Maiulli.

Ernesto a Foria la storia della creazione in provetta del mito partendo dal nulla

E’ la storia della creazione in provetta del mito partendo dal nulla. Ernesto a Foria è la definizione provata che la massa ascolta con occhi e orecchie spalancati ciò che le viene propinato e, meno capisce, più apprezza. In un mondo di tenori-non tenori, di autori-non autori, di artisti-non artisti, di politici-non politici, il personaggio Ernesto va a nozze.

Magnificato già dal prologo, e per tutto lo spettacolo dal suo storiografo nonché mentore, che è il suo alter ego reale e suo anfitrione. Ernesto inizia a snocciolare la sua variegata esibizione, fatta di “opere”. Opere che Il narratore non osa definirle canzoni. Poesie e commenti che Ernesto, definto il “Maestro”, chiude con inaspettate perle di “saggezza”. Sempre incalzato da salaci domande di una improbabile giornalista presente sul palco.

Ernesto a Foria canta l’impossibile rendendolo credibile

La seraficità di Ernesto a Foria nell’asserire e cantare l’impossibile rendendolo credibile è il leitmotiv di tutto l’impianto scenico. E’ trionfo del vacuo. Del luogo comune e del nulla assurti a “verbo”, forzato e montato ad arte per contrabbandarlo come opera omnia. Intervallato e impreziosito da improbabili “perle” poetiche declamate dal suo storiografo e mentore e videoproiezioni di “improbabili” interviste ottenute dall’entourage del Maestro (gli amici, l’arrangiatore, il parroco, lo psicologo, il parrucchiere e il politico).

Una goliardica cavalcata dedicata a chi ha il coraggio di non prendersi troppo sul serio.

Domenica in Villa Floridiana con gli eventi del Museo Duca di Martina

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Domenica in Villa Floridiana con gli eventi del Museo Duca di Martina

Domenica in Villa Floridiana con tutta la famiglia. Proseguono con grande successo di pubblico le domeniche in Villa Floridiana grazie agli eventi promossi da Museo Duca di Martina. 

Domenica In Villa Floridiana con le lezioni di GYROKINESIS

Domenica 9 dicembre, alle ore 11.00, nel Teatrino della Verzura nuovo appuntamento con lezioni di GYROKINESIS, un’attività che può essere praticata da tutti. Sposa il movimento dolce del corpo con la serenità della mente, un sistema che riunisce diverse discipline: yoga, danza, nuoto e taijiquan.

Consente di migliorare la flessibilità del corpo e di allungarne e potenziarne la muscolatura. Il progetto, promosso dalla Direzione del Museo, realizzato dall’APD White Cloud Studio Napoli. La partecipazione è con il biglietto
ridotto del museo di 2 euro.

Domenica In Villa Floridiana per il Concerto di Giovanni Lanzini,clarinetto, & Fabio Montomoli, chitarra

Il concerto si svolgerà nel Salone delle feste alle ore 11.30 e sarà una “summa” di ricordi di viaggio, con echi e citazioni che solo la musica può fondere in un unico crogiolo di emozioni sonore. E’ un viaggio nella memoria, è un’unica onda lunga di suoni e di colori attraverso i continenti della terra che i due musicisti, attivi oramai da decenni sul panorama musicale internazionale, hanno attraversato nella loro lunga carriera.

In Programma: Astor Piazzolla, Celso Machado, Tom Jobim, Augusto Villoldo, Carlos Gardel, brani in Omaggio alla canzone napoletana,Giacomo Puccini, F. Montomoli, Il Carnevale di Venezia arr. G. Lanzini – (alla maniera di Niccolò Paganini, Gioachino Rossini, La Danza (tarantella).

Il biglietto di 12 euro comprende anche la visita del museo.

Il Trono di Palazzo Reale a Napoli: il ritorno dopo il restauro e la scoperta che cambia la storia

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Il trono restaurato di Palazzo Reale a Napoli esposto nella Sala del Trono su pedana in velluto rosso.

Il Trono di Palazzo Reale a Napoli torna a splendere nella sua sala dopo un lungo restauro, portando con sé una rivelazione storica che ne cambia completamente la paternità: non un arredo borbonico, ma un simbolo del potere sabaudo.

Quando il trono di Palazzo Reale ha lasciato Napoli, nel settembre del 2024, la sua assenza ha avuto il peso silenzioso delle cose importanti. Un vuoto temporaneo, necessario, che pochi immaginavano avrebbe portato non solo a un recupero conservativo, ma a una vera e propria revisione della sua identità storica. Dopo oltre sedici mesi, il rientro nella Sala del Trono dell’Appartamento di Etichetta non ha restituito semplicemente un arredo restaurato, ma un’opera capace di riscrivere una parte significativa della storia del palazzo.

Il restauro a Venaria Reale: una pratica di conoscenza scientifica

L’intervento si è svolto nell’ambito della XX edizione di Restituzioni, il programma promosso da Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Ministero della Cultura, ed è stato realizzato presso il Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale” di Torino. Qui il trono è stato sottoposto a un articolato progetto conservativo, preceduto da una campagna diagnostica preliminare che ha permesso di caratterizzare i materiali costitutivi, studiarne la stratificazione e ricostruirne la storia conservativa.

Tra le indagini più rilevanti, la radiografia digitale integrale dell’arredo, eseguita con un apparato radio-tomografico unico nel suo genere, appositamente realizzato per manufatti di grandi dimensioni. Uno strumento che ha consentito di leggere la struttura interna del trono e di orientare con precisione ogni scelta progettuale.

Tecnologia laser e sostenibilità: la materia torna a parlare

Il restauro ha coinvolto sia la complessa struttura lignea scolpita e dorata sia le componenti tessili e la passamaneria. Una parte significativa della pulitura superficiale è stata condotta mediante l’impiego della tecnologia laser, scelta consapevole anche in funzione della sostenibilità ambientale dell’intervento. L’uso del laser ha permesso alla sottile lamina metallica della doratura di recuperare una luminosità compromessa da sostanze alterate non originali, riducendo drasticamente il ricorso a solventi chimici.

A questa fase è seguito un accurato intervento di consolidamento delle aree decoese e una riequilibratura cromatica finalizzata a garantire una corretta leggibilità estetica e materica dell’insieme, nel rispetto dei principi di stabilità, reversibilità e riconoscibilità delle integrazioni.

Analisi stratigrafica: un’opera complessa tra dorature e rifacimenti

Le indagini scientifiche hanno inoltre evidenziato la presenza di rifacimenti parziali e successive campagne di manutenzione, tra cui almeno due ridorature. L’identificazione di materiali come il bianco di zinco, riconducibili a produzioni a partire dagli anni Venti del Novecento, ha consentito di datare con precisione alcuni interventi successivi. Sono state rilevate anche applicazioni di porporine, gommalacca e integrazioni pittoriche a acquerello, in particolare sui musi e sulle zampe dei leoni alati che decorano i braccioli.

Lo stato di conservazione risultava compromesso dall’eterogeneità e dall’alterazione di questi materiali, rendendo necessario un intervento selettivo e graduale, capace di restituire unità visiva senza cancellare la storia dell’opera.

Il recupero dei tessili: seta e passamanerie dell’Antica Fabbrica Massia

Particolarmente delicato è stato l’intervento sui rivestimenti tessili. Il velluto di seta originale, coevo alla realizzazione della parte lignea, si presentava in uno stato di degrado avanzato: la perdita quasi totale del vello aveva compromesso non solo l’aspetto decorativo, ma anche la funzione stessa del rivestimento. In accordo con la Direzione di Palazzo Reale di Napoli, si è quindi optato per la sostituzione integrale del tessuto, scegliendo velluti di seta di produzione contemporanea, capaci di garantire continuità tecnica, materica e cromatica con l’originale.

Analoghe valutazioni hanno guidato l’intervento sulle passamanerie in filato metallico. Dopo un’attenta analisi tecnico-scientifica, i galloni più compromessi sono stati riprodotti a telaio dalla “Antica Fabbrica Passamanerie Massia Vittorio” di Torino, mentre quelli meglio conservati sono stati sottoposti a un intervento di pulitura mirata, consentendo un recupero armonico dell’insieme.

La scoperta di Carmine Napoli: il trono è dei Savoia, non dei Borbone

Parallelamente al restauro, gli studi archivistici hanno aperto uno scenario del tutto inatteso. Su fondi conservati presso l’Archivio Centrale dello Stato e l’Archivio di Stato di Napoli è emersa una fitta corrispondenza relativa all’ammodernamento della Sala del Trono voluto da Casa Savoia. Il documento chiave, rinvenuto dallo studioso Carmine Napoli, ex funzionario del Palazzo Reale, è una fattura del 1874 presentata dall’intagliatore Luigi Ottajano, attestante l’esecuzione dell’intero trono, descritto come “una ricca sedia del trono scolpita e dorata stile Impero”, oltre ad altri interventi per il rinnovamento della sala.

Il trono, fino a oggi catalogato come borbonico e datato tra il 1845 e il 1850, risulta dunque commissionato dai Savoia e liquidato nel 1874. Uno slittamento cronologico di circa trent’anni che non rappresenta solo una correzione attributiva, ma una vera riscrittura della storia del manufatto e del Palazzo Reale.

Luigi Ottajano: l’intagliatore napoletano che creò l’immagine dei Savoia

All’Ottajano (Napoli, 1828 – ?) era finora attribuito il solo coronamento con l’aquila sabauda, emblema della nuova dinastia, mentre la sedia era ritenuta di epoca borbonica. La scoperta restituisce invece all’artigiano napoletano la piena paternità dell’opera. Già autore, insieme a Domenico Morelli, della culla per la nascita di Vittorio Emanuele III,donata dalla città di Napoli alla regina Margherita e oggi esposta alla Reggia di Caserta, Ottajano emerge come figura centrale nella definizione dell’immagine del potere sabaudo nel Sud Italia.

Caratteristiche dello Stile Impero nel Trono di Napoli

Il trono presenta un sedile a tamburo e una struttura che rimanda chiaramente allo stile Impero, con braccioli decorati da leoni alati di forte impatto scultoreo. La spalliera ottagonale, ornata da borchie e rosette classicheggianti, richiama modelli illustri come il trono di Napoleone I disegnato da Charles Percier e Pierre-François Fontaine, oggi conservato al Louvre. Scelte formali che testimoniano la volontà della nuova dinastia di affermare continuità e autorità attraverso un linguaggio simbolico preciso.

Il valore politico del trono nella Reggia di Napoli

La decisione di dotare la Reggia napoletana di un trono realizzato ex novo è indicativa dell’importanza che Casa Savoia attribuiva al complesso monumentale e alla città, già capitale del Regno borbonico. Un gesto che non è solo decorativo, ma politico e culturale, e che oggi, grazie alla ricerca, torna leggibile nella sua portata storica.

Un lavoro corale tra Napoli e Torino

Il restauro è stato condotto dalla Fondazione Centro per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali “La Venaria Reale”, con il coinvolgimento dei Laboratori di Arredi Lignei e di Manufatti Tessili, sotto la direzione tecnico-scientifica di Michela Cardinali. Un lavoro corale che ha visto impegnati restauratori, diagnostici, fotografi e studiosi, confermando il valore del museo come luogo di produzione di conoscenza, come ha sottolineato anche Massimo Osanna, Direttore generale Musei.

Il ritorno a Napoli: la Sala del Trono riapre al pubblico

Dopo un breve ma significativo percorso espositivo alla Reggia di Venaria Reale e al Palazzo delle Esposizioni di Roma, il trono è tornato a Napoli, preceduto da interventi di restauro sui tessili della Sala del Trono: tappeti, pedana, mantovane e baldacchino, curati direttamente in situ e visibili al pubblico durante le fasi operative.

Napoli, una città d’arte che non finisce mai di stupire

Oggi il trono è di nuovo al centro della sala che gli dà il nome ed è possibile ammirarlo proprio dal 10 febbraio. Non è soltanto un oggetto restaurato, ma un testimone silenzioso di una storia che continua a rivelarsi. Napoli sorprende proprio per questo: perché anche ciò che sembra noto può ancora cambiare volto, restituendo nuove letture e nuove domande. Le sue ricchezze non sono mai scontate, perché nascono dalla stratificazione, dalla cura e dal tempo. Ed è in questa capacità di non esaurirsi mai che la città continua, ostinatamente, a incantare.

FAQ – Visitare il Trono di Palazzo Reale a Napoli

Quando è possibile vedere il trono restaurato?

Il trono è visibile al pubblico presso la Sala del Trono di Palazzo Reale a Napoli a partire dal 10 febbraio 2026.

Chi ha costruito il trono di Palazzo Reale?

Recenti scoperte d’archivio hanno attribuito l’opera all’intagliatore napoletano Luigi Ottajano, che lo realizzò nel 1874 su commissione dei Savoia.

Perché il trono è considerato una scoperta storica?

Per decenni è stato ritenuto un manufatto di epoca borbonica (1845-1850). Il restauro e gli studi del 2024-2025 hanno invece dimostrato la sua origine sabauda

Dove si trova la Sala del Trono a Napoli?

Si trova all’interno dell’Appartamento di Etichetta del Palazzo Reale di Napoli, in Piazza del Plebiscito.

Herculaneum (Ercolano): una città sigillata dal Vesuvio, custode di un patrimonio unico

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Conservazione, vita quotidiana nell’antica Roma e differenze rispetto a Pompei

Herculaneum, conosciuta in italiano come Ercolano, è uno dei siti archeologici romani più straordinari per stato di conservazione e offre una prospettiva sulla vita nell’antica Roma profondamente diversa da quella di Pompei.

Pompei ed Ercolano sono spesso accostate come due facce della stessa tragedia, ma questa associazione rischia di semplificare eccessivamente realtà profondamente diverse. Se Pompei rappresenta l’immagine più immediata e spettacolare della città romana travolta dal Vesuvio, Ercolano restituisce una dimensione più raccolta, più intima e, sotto molti aspetti, più completa della vita antica.

Non si tratta soltanto di una differenza di scala, ma di un diverso destino archeologico. La ragione principale risiede nella dinamica dell’eruzione del 79 d.C.. Pompei fu progressivamente sepolta da una pioggia di lapilli e cenere che, pur causando crolli e soffocamenti, lasciò parzialmente “respirare” le strutture. Ercolano, invece, venne investita da colate piroclastiche ad altissima temperatura, seguite da flussi di fango vulcanico che penetrarono negli edifici riempiendoli completamente.

Questo materiale, solidificandosi, formò una massa compatta e impermeabile che sigillò la città come in una capsula, preservandone non solo le murature ma anche elementi normalmente destinati a scomparire. È proprio questa sigillatura a rendere Ercolano un caso archeologico straordinario: legno, tessuti, cibi, arredi, piani superiori delle abitazioni sono giunti fino a noi in uno stato di conservazione eccezionale.

Pompei mostra la città nel suo scheletro; Ercolano ne conserva la carne. Ercolano quindi non è una “Pompei minore”. È un sito diverso, complementare, indispensabile per comprendere il mondo romano nella sua dimensione più concreta e privata. Dove Pompei mostra la città nel suo spazio pubblico, Ercolano ne rivela l’interno: le case vissute, gli oggetti toccati, le strutture ancora in piedi.

Struttura urbana e funzione sociale di Herculaneum

Ercolano era una città più piccola e meno popolosa rispetto a Pompei. Non aveva la stessa vocazione commerciale né la stessa articolazione di spazi pubblici monumentali. La sua posizione costiera e la qualità delle abitazioni suggeriscono una funzione prevalentemente residenziale e aristocratica, legata all’otium delle élite romane.

Il tessuto urbano è compatto: strade strette, isolati fitti, case spesso sviluppate in altezza. A differenza di Pompei, dove i piani superiori sono quasi sempre perduti, a Ercolano è possibile leggere l’abitazione romana nella sua verticalità, con scale lignee carbonizzate, ballatoi e ambienti sovrapposti. Questa caratteristica consente una comprensione più completa dell’organizzazione domestica e delle dinamiche sociali interne alla casa.

Le domus di Ercolano: vivere nella città romana

Tra le abitazioni più significative spicca la Casa del Tramezzo di Legno, uno degli esempi più eloquenti della specificità ercolanese. Il grande pannello ligneo scorrevole che separava atrio e tablino è ancora visibile, carbonizzato ma intatto. Non è un dettaglio marginale: questo elemento mostra concretamente come gli spazi della casa romana fossero modulabili, come il confine tra pubblico e privato fosse fisicamente regolato.

Di grande rilievo è anche la Casa dei Cervi, affacciata direttamente sul mare. Si tratta di una residenza di alto livello, caratterizzata da pavimenti in opus sectile, affreschi raffinati e sculture marmoree, tra cui i celebri cervi che danno il nome alla casa. Qui l’architettura dialoga con il paesaggio: il mare non è uno sfondo, ma una componente progettuale, parte integrante dell’esperienza abitativa.

La sede degli Augustali: culto imperiale e società urbana

Un edificio di particolare rilievo nel panorama urbano di Ercolano è la cosiddetta sede degli Augustali, tradizionalmente interpretata come il luogo di riunione del collegio sacerdotale incaricato del culto imperiale.

L’edificio, articolato attorno a una grande aula absidata, presenta una decorazione pittorica di alto livello, con affreschi raffiguranti episodi del mito di Ercole, l’eroe fondatore della città, e scene legate alla sfera dionisiaca. Questa scelta iconografica non è casuale: il culto dell’imperatore si intreccia qui con la tradizione mitica locale, costruendo un linguaggio visivo che rafforza l’identità civica e la lealtà al potere romano.

Di particolare interesse è la presenza di elementi architettonici e decorativi ancora in situ, che permettono di leggere l’edificio non solo come spazio rituale, ma anche come luogo di rappresentanza sociale per un gruppo, gli Augustali, spesso liberti arricchiti, che trovava nel culto imperiale uno strumento di legittimazione e ascesa sociale. La sede degli Augustali offre così uno sguardo privilegiato su una dimensione intermedia della società ercolanese, collocata tra élite aristocratica e popolazione comune.

Le terme di Herculaneum: corpo e socialità

Le Terme Centrali e le Terme Suburbane rappresentano alcuni degli edifici pubblici meglio conservati del sito. Gli ambienti sono ancora leggibili nella loro funzione: apodyterium, frigidarium, tepidarium e calidarium si susseguono con chiarezza, accompagnati da pavimenti musivi, rivestimenti marmorei e decorazioni in stucco.

Le Terme Suburbane, in particolare, colpiscono per la ricchezza decorativa e per la qualità degli spazi, testimoniando come il bagno fosse un momento fondamentale della vita sociale romana, non solo un’esigenza igienica ma un vero rito collettivo.

I fornici e le vittime dell’eruzione

Per lungo tempo si è ritenuto che Ercolano fosse stata evacuata prima dell’eruzione. Gli scavi dei fornici, gli antichi magazzini sul fronte mare, hanno smentito questa ipotesi.

Qui sono stati rinvenuti i resti di centinaia di individui che avevano cercato riparo in attesa di soccorsi via mare. A differenza dei celebri calchi di Pompei, a Ercolano restano ossa, oggetti personali, monete, gioielli, spesso ancora in relazione diretta con i corpi. La morte fu istantanea, causata dal calore estremo. Il risultato è una testimonianza meno spettacolare ma più diretta, che restituisce con forza la dimensione umana della tragedia.

La Villa dei Papiri: lusso e sapere

Al di fuori dell’area urbana si estende la Villa dei Papiri, uno dei complessi residenziali più imponenti del mondo romano.

La villa deve il suo nome al ritrovamento di una biblioteca composta da oltre 1.800 rotoli di papiro carbonizzati, contenenti testi filosofici greci, in gran parte di ambito epicureo. La villa era decorata con una straordinaria collezione di statue in marmo e bronzo, oggi in gran parte conservate al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Non si tratta solo di una residenza di lusso, ma di un luogo in cui arte, architettura e sapere convivono, offrendo una testimonianza unica della cultura delle élite romane.

Scavi e ricerca archeologica a Herculaneum

Gli scavi di Ercolano, iniziati nel XVIII secolo, sono sempre stati più difficili rispetto a quelli di Pompei. Il materiale vulcanico indurito ha imposto tecniche di scavo complesse, spesso sotterranee, e una progressione lenta.

Proprio questa difficoltà, però, ha favorito un approccio più attento alla conservazione e allo studio dei materiali. Oggi Ercolano è un laboratorio di archeologia avanzata, in cui la ricerca si concentra non solo sulle strutture, ma anche sugli oggetti, sui resti organici e sulle tracce della vita quotidiana.

Perché Herculaneum è diverso da Pompei?

Herculaneum è diverso da Pompei perché è stato sigillato da colate piroclastiche che hanno preservato elementi deperibili come legno, tessuti, cibi e piani superiori delle abitazioni. Questo consente di osservare la vita quotidiana romana in modo più completo e realistico. Pompei mostra soprattutto lo spazio pubblico della città; Herculaneum conserva la dimensione privata, domestica e umana.

Domande frequenti su Herculaneum

Che cos’è Herculaneum?

Herculaneum è l’antica città romana oggi conosciuta come Ercolano, distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e conservata in modo eccezionale grazie alle colate piroclastiche che la sigillarono.

Qual è la differenza tra Pompei e Herculaneum?

Pompei fu sepolta da cenere e lapilli, mentre Herculaneum venne sigillata da colate piroclastiche ad altissima temperatura. Questo ha permesso a Herculaneum di conservare legno, arredi e piani superiori delle case.

Perché Herculaneum è così ben conservata?

La città fu completamente riempita e sigillata da materiali vulcanici solidificati, che impedirono l’ingresso di aria e umidità, preservando elementi normalmente deperibili.

Cosa rende unico il sito archeologico di Ercolano?

Ercolano permette di osservare la vita quotidiana romana in modo tridimensionale e intimo, con case a più piani, arredi, oggetti personali e resti organici ancora in situ.

La Villa dei Papiri si trova a Herculaneum?

Sì, la Villa dei Papiri si trova nei pressi di Herculaneum ed è famosa per il ritrovamento dell’unica biblioteca dell’antichità giunta fino a noi.

La Candelora: il rito della luce tra sacro, pagano e memoria popolare

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La Candelora a Napoli, il rito della luce e la benedizione delle candele

A Napoli e in Campania, la Candelora segna una soglia: tra luce che ritorna, riti arcaici, devozione popolare e memoria del corpo.

La Candelora a Napoli è uno dei riti più profondi della tradizione popolare, un momento di passaggio in cui sacro e pagano si intrecciano nella memoria collettiva.

“Quanno arriva ’a Candelora,
d’ ’a vernata simmo fora;
ma si chiove o ména viento,
quaranta juorne ’e mal tiempo.”

Questo proverbio, diffusissimo nella tradizione orale napoletana, non è una semplice previsione meteorologica. È una formula di soglia, un modo arcaico di nominare il tempo che cambia. La Candelora segna infatti il punto mediano dell’inverno: non la sua fine certa, ma il momento in cui la luce torna a essere misurabile, percepibile, “contabile” nei giorni che si allungano.

Nel detto convivono due possibilità opposte, come in ogni rito liminale. Se il sole accompagna la Candelora, l’inverno ha già ceduto il passo: la luce ha vinto, anche se il freddo non è ancora scomparso. Se invece pioggia e vento dominano la giornata, l’inverno reclama il suo diritto a durare ancora quaranta giorni, numero simbolico per eccellenza, legato all’attesa, alla prova, alla trasformazione. I classici quaranta giorni, quelli del diluvio, del deserto, della quaresima.

Non si tratta, dunque, di credere o meno alla sua “esattezza”. Il proverbio funziona come strumento culturale, non come bollettino. Serve a orientare la comunità nel tempo, a dare un senso condiviso all’incertezza stagionale. Nomina l’instabilità, la riconosce, la rende sopportabile.

A Napoli, dove il tempo non è mai solo cronologico ma sempre emotivo, corporeo, rituale, questo detto diventa una chiave di lettura dell’inverno stesso: non un blocco compatto, ma una materia che si può incrinare, negoziare, attraversare. La Candelora non promette la primavera. Promette soltanto che la luce ha ricominciato a farsi sentire. E tanto basta.

Quindi la Candelora a Napoli non è mai soltanto una data liturgica. È una soglia. Un passaggio di luce. Un respiro antico che attraversa chiese, cucine, montagne sacre e tamburi tesi come pelli di memoria.

E’ una data cara alla religione poichè il 2 febbraio, giorno della Presentazione di Gesù al Tempio e della Purificazione di Maria, la città accende le candele e, insieme, riattiva un sapere più profondo, stratificato, che precede e accompagna il cristianesimo. La luce benedetta non è solo simbolo di Cristo, ma erede di culti solari arcaici, legati al ritorno della luce dopo il cuore dell’inverno. A Napoli, dove nulla muore davvero ma tutto si trasforma, il sacro e il pagano non si escludono: dialogano.

La benedizione delle candele: luce consacrata e protezione domestica

Nel rito cristiano la Candelora prende forma concreta nella benedizione delle candele, celebrata all’inizio della messa del 2 febbraio. I fedeli entrano in chiesa con le candele spente, simbolo di un’umanità ancora in attesa; solo dopo la preghiera di benedizione la fiamma viene accesa e portata in processione, rievocando Cristo come lux ad revelationem gentium, luce per illuminare le genti.

A Napoli questa benedizione non resta confinata allo spazio liturgico. La candela benedetta viene riportata a casa, conservata per tutto l’anno, accesa in momenti liminali: temporali violenti, malattie, veglie, passaggi difficili. È un oggetto sacramentale, ma anche presidio apotropaico, ponte evidente tra cristianesimo e pratiche precristiane legate al fuoco sacro. Non è la grande luce trionfante del Natale, ma una luce fragile e vigile, che non cancella il buio ma lo attraversa. Una luce che si insegna a durare.

Mamma Schiavona: la Madonna nera di Montevergine

Nello stesso tempo rituale della Candelora, lo sguardo popolare napoletano e campano si sposta verso l’Irpinia, verso Montevergine, montagna sacra molto prima che santuario cristiano. Qui la devozione alla Madonna di Montevergine si intreccia con un culto arcaico della Grande Madre, legato alla fertilità, alla protezione, alla ciclicità della natura.

La Candelora: il rito della luce tra sacro, pagano e memoria popolare 1

A Montevergine la Madonna non è soltanto venerata: è chiamata per nome. Mamma Schiavona. Un appellativo che disorienta chi cerca definizioni rassicuranti, ma che custodisce una densità storica e simbolica profonda. Non è un diminutivo affettivo, né un’ombra di sottomissione. È un nome arcaico, stratificato, che parla di alterità, di margine, di accoglienza radicale.

Ed è proprio sul Monte Partenio, nel cuore dell’Irpinia, che si custodisce una delle icone più misteriose e venerate del Meridione: Mamma Schiavona, la Madonna nera del Santuario di Montevergine. L’imponente tavola lignea, realizzata su pannelli di pino, raggiunge i 4 metri e 30 di altezza per 2 metri e 10 di larghezza, e raffigura una “Maestà”, ovvero la Vergine seduta in trono mentre tiene in grembo il Bambino Gesù, poggiato sulla gamba sinistra. Il piccolo volge lo sguardo verso la Madre e con la mano destra afferra un lembo del suo manto, gesto che sintetizza insieme tenerezza e protezione divina.

Sopra l’effigie campeggia l’iscrizione “Nigra et formosa es, amica mea”, citazione che riecheggia un passo del Cantico dei Cantici: “Nera sono, ma bella, o figlia di Gerusalemme”. Questa frase, densa di significati mistici, introduce al simbolismo profondo delle Madonne nere, figure che affondano le loro radici nella spiritualità medievale e pagana.

Il colore scuro del volto e delle mani non è una semplice particolarità artistica: racchiude una potente valenza simbolica. La Madonna nera rappresenta il principio femminile universale, la Materia prima da cui origina ogni forma di vita. Il nero, colore della terra fertile e delle viscere del mondo, diventa così sintesi di mistero, fecondità e trasformazione.

In questa visione, Mamma Schiavona si collega idealmente a divinità antiche come Cibele, madre di tutti gli dèi, e Iside dell’Antico Egitto, venerata come Virgo paritura, la Vergine che partorisce. Proprio Iside, nella tradizione alchemica e simbolica, rappresentava la materia minerale allo stato grezzo, pronta a essere fecondata dalla luce del sole: la stessa dinamica che ritroviamo nella Vergine cristiana, madre per eccellenza e principio generatore dell’esistenza.

Per questo motivo, il culto di Mamma Schiavona non è soltanto un atto di devozione religiosa, ma anche un ponte tra sacro e arcaico, tra cristianesimo e antiche cosmologie. Ogni anno, migliaia di fedeli e pellegrini salgono a Montevergine per rendere omaggio a questa icona che, con il suo volto oscuro e amorevole, continua a incarnare il mistero eterno della Madre Terra e della Vita stessa.

Il santuario stesso sorge su un monte che era già sacro in epoca preromana. Qui si veneravano divinità femminili legate alla fertilità e alla protezione dei cicli naturali. Il cristianesimo non ha cancellato questo culto: lo ha trasformato, lasciando che la figura mariana assorbisse tratti della Grande Madre mediterranea. Mamma Schiavona è Maria, ma è anche molto di più.

“Se io sono brutta, allora loro dovranno venire fin quassù a farmi visita!” Così, secondo la tradizione popolare, la Madonna nera di Montevergine giustificava la sua fuga sul Monte Partenio: considerata la più “brutta” delle sette Madonne sorelle per il colore della pelle, ricevette l’appellativo di Schiavona, cioè “straniera”. Il maestro Roberto De Simone, nella sua raccolta Rituali e canti della tradizione in Campania, racconta questa storia con queste parole: “Esse sono tutte belle, tranne una che è brutta e perciò fugge su di un alto monte, Montevergine.” Con il tempo, la Mamma Schiavona si ribalta nella leggenda: diventa la più amata delle sorelle e viene celebrata due volte l’anno, a febbraio e a settembre.

Il termine schiavona non va letto quindi con lo sguardo contemporaneo, ma restituito alla sua ambiguità storica. Indica ciò che viene da fuori, ciò che non è addomesticato, ciò che non appartiene al centro del potere. È la Madonna degli esclusi, dei marginali, dei corpi non normati.

La leggenda della Madonna di Montevergine e la protezione degli esclusi

La Madonna Nera di Montevergine è da secoli percepita come una madre senza confini: potente, misericordiosa, capace di accogliere chiunque venga respinto dagli uomini. La sua fama di protettrice degli ultimi affonda le radici in una leggenda antica, collocata nel cuore del Medioevo, intorno al 1256.

Si racconta che in quell’anno due giovani uomini furono sorpresi mentre si scambiavano gesti d’amore. In un’epoca in cui simili sentimenti erano considerati un’onta insopportabile, la comunità reagì con una violenza esemplare: i ragazzi vennero spogliati, cacciati dal paese e legati a un albero sul Monte Partenio, condannati a una morte lenta, tra la fame e le belve.

Secondo la tradizione popolare, fu proprio la Vergine a intervenire. Mossa dalla compassione per quell’amore punito ingiustamente, sciolse le catene che imprigionavano i due giovani e li salvò. Il prodigio fu tale da costringere l’intera comunità a confrontarsi con ciò che aveva tentato di distruggere: l’amore, sopravvissuto alla crudeltà. Davanti al miracolo, non restò che accettare l’evidenza e lasciare che i due potessero vivere apertamente il loro legame.

Da quel momento, la Madonna di Montevergine assunse un volto ancora più profondo: non solo madre divina, ma rifugio per gli emarginati, scudo per i fragili, speranza per chi non trova spazio nel mondo. Il suo manto nero divenne simbolo di protezione universale, capace di avvolgere poveri, esclusi, peccatori e reietti senza distinzione.

I devoti che ogni anno salgono al santuario raccontano che Mamma Schiavona non chiede spiegazioni né giudica: perdona tutto, accoglie tutti. È una madre dal cuore smisurato, che comprende prima ancora di essere invocata.

Va però ricordato che, al di là della leggenda miracolosa, le origini storiche dell’Abbazia di Montevergine sono legate alla figura di San Guglielmo da Vercelli. Fu il suo fervore ascetico e la sua profonda devozione mariana a dare vita, nel XII secolo, a un centro spirituale dedicato alla Vergine. In quel luogo impervio e silenzioso, San Guglielmo e i suoi seguaci edificarono una chiesa e un primo cenobio, trasformando la montagna in un faro di fede e contemplazione.

La Juta a Montevergine: corpo, danza e ritualità popolare

Nel culto di Montevergine il corpo non viene silenziato. Al contrario, è protagonista. La danza, la tammorra, il canto non sono elementi accessori, ma strumenti di relazione con il sacro. La Madonna nera non chiede compostezza: accoglie il ritmo, il sudore, la voce che si incrina.

La Juta dei femminielli, in questo senso, non è una deviazione folcloristica, ma una liturgia parallela, antica quanto il monte. Il corpo che sale, che balla, che resiste al freddo, diventa offerta. La tammorra non accompagna la preghiera: la sostituisce.

La Juta ( l’andata intesa come la salita) a Montevergine, in particolare quella dei femminielli, non è una semplice “salita”, ma un vero pellegrinaggio rituale. Si parte in gruppo, spesso di notte o all’alba. Il cammino è accompagnato dal suono incessante della tammorra, dai canti a fronna, dai balli che rompono la linearità del passo. Il corpo diventa preghiera. La danza diventa linguaggio.

Salire significa esporsi: al freddo, alla fatica, allo sguardo altrui. Ma significa anche reclamare uno spazio sacro. A Montevergine, la Madonna accoglie chi storicamente è stato respinto altrove: il femminile eccedente, il genere non conforme, il desiderio che non chiede assoluzione ma riconoscimento. Purtroppo, a causa della frana, quest’anno non è stato possibile arrivare fino al Santuario, ma la natura non ha fermato le danze e le tammurriate che si sono comunque svolte all’inizio del lungo percorso.

La tammorra guida il passo come un battito uterino. È un suono che non accompagna: comanda. Impone il ritmo, annulla le gerarchie, crea comunità temporanea. Qui il sacro non è silenzioso, è corporeo, sudato, cantato.

Marcello Colasurdo e la voce della tradizione rituale campana

Marcello Colasurdo canta accompagnato dalla tammorra durante un rito della tradizione popolare campana

In questo paesaggio sonoro e rituale risuona ancora la voce di Marcello Colasurdo, interprete radicale della tammurriata, ma soprattutto testimone vivente di una tradizione non addomesticata. Colasurdo non separava il palco dalla strada, il rito dallo spettacolo. Il suo canto portava con sé la fatica, l’ironia, la rabbia e la sacralità del popolo.

La sua presenza nelle feste legate alla tammorra, a Montevergine, alle ritualità invernali e di passaggio, ha contribuito a mantenere aperto quel varco sottile tra memoria e presente. Con la sua scomparsa, la Candelora e i suoi riti sembrano chiedere ancora più attenzione, come se la tradizione, privata della voce, affidasse ora il compito all’ascolto.

Il migliaccio napoletano: dolce rituale della Candelora

Il migliaccio non è un semplice dolce stagionale. È un cibo di passaggio, come la Candelora stessa. Nasce povero, contadino, legato al ciclo del grano e al tempo in cui le dispense cominciavano lentamente a riaprirsi dopo l’inverno. Il nome rimanda al miglio, cereale antico, anche se nella tradizione napoletana il miglio è stato presto sostituito dal semolino, più disponibile e più duttile.

Fetta di migliaccio napoletano, dolce tradizionale della Candelora preparato con semolino e ricotta

A differenza dei dolci natalizi, carichi di zucchero e di attesa, il migliaccio è denso, umido, rassicurante. Non brilla. Non esibisce. Consola. È un dolce che non celebra l’abbondanza, ma la continuità. Si prepara quando il tempo sospeso del Natale si chiude e la luce, ormai benedetta, può camminare da sola. Non a caso entra nelle case subito dopo la Candelora, quando si smonta l’albero. Il gesto è lo stesso: togliere l’ornamento, tornare alla sostanza.

Il migliaccio è fatto di pochi ingredienti, ma richiede tempo, attenzione, mescolanza lenta. Come i riti veri. La ricotta, alimento di transizione per eccellenza, incontra il semolino cotto nel latte. Gli agrumi aprono il respiro. Le uova legano. Tutto si tiene. Nulla prevale. È una metafora culinaria della soglia.

Ricetta tradizionale del migliaccio napoletano

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm)

500 ml di latte intero
500 ml di acqua
250 g di semolino
500 g di ricotta vaccina ben scolata
300 g di zucchero
4 uova
30 g di burro
Scorza grattugiata di 1 arancia non trattata
Scorza grattugiata di 1 limone non trattato
1 bustina di vanillina oppure semi di vaniglia
Un pizzico di sale
Zucchero a velo per la finitura

Procedimento

Si porta a ebollizione il latte con l’acqua, il burro e il pizzico di sale. Quando il liquido freme, si versa il semolino a pioggia, mescolando con pazienza, senza fretta, fino a ottenere una crema densa. Questo è il momento più importante: il semolino non va forzato, ma accompagnato. Si lascia intiepidire.

A parte si lavora la ricotta con lo zucchero fino a renderla liscia. Si aggiungono le uova, una alla volta, poi le scorze degli agrumi e la vaniglia. Solo alla fine si incorpora il semolino, ormai tiepido, mescolando con movimenti ampi.

Il composto viene versato in uno stampo imburrato e infarinato. Si cuoce in forno statico a 180 gradi per circa 60 minuti, finché la superficie non assume un colore dorato, quasi brunito. Il migliaccio deve assestarsi lentamente: va lasciato riposare, idealmente fino al giorno dopo.

Prima di servire, una spolverata leggera di zucchero a velo. Nulla di più.

Candelora a Napoli: significato, riti e tradizioni popolari

La Candelora, celebrata il 2 febbraio, è una festa di passaggio che segna il ritorno simbolico della luce dopo il cuore dell’inverno. A Napoli e in Campania unisce riti cristiani, culti arcaici, devozione popolare, danza rituale e tradizioni alimentari, diventando una delle soglie culturali più profonde del calendario rituale.

Cos’è la Candelora e perché è importante a Napoli?

La Candelora, celebrata il 2 febbraio, è una festa che segna simbolicamente il ritorno della luce dopo il cuore dell’inverno. A Napoli e in Campania non è solo una ricorrenza liturgica, ma una soglia rituale in cui si intrecciano devozione cristiana, culti arcaici della luce e memoria popolare.

Qual è il legame tra la Candelora e Montevergine?

Nel tempo della Candelora si rinnova il culto della Madonna di Montevergine, detta Mamma Schiavona, figura centrale della spiritualità popolare campana. La sua devozione unisce elementi cristiani e precristiani ed è profondamente legata ai temi dell’accoglienza, della fertilità e della protezione degli esclusi.

Quali tradizioni popolari sono legate alla Candelora?

Tra le pratiche più significative vi sono la benedizione delle candele, la Juta a Montevergine con tammorre e danze rituali, e la preparazione del migliaccio napoletano, dolce simbolico che accompagna il passaggio dall’inverno verso la luce.

Ercolano, il restauro come pratica del presente

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Affresco romano in fase di conservazione nel sito archeologico di Ercolano, esempio di restauro Ercolano come pratica continua

Tra tutela, ricerca e manutenzione programmata, Ercolano sperimenta un nuovo modo di abitare il patrimonio archeologico

Il restauro a Ercolano rappresenta oggi uno dei modelli più avanzati di conservazione archeologica a livello internazionale. Ercolano è oggi uno dei luoghi più emblematici in cui l’archeologia smette di essere semplice racconto del passato per trasformarsi in pratica del presente. Non solo perché la città vesuviana restituisce come nessun altro sito romano la trama minuta della vita quotidiana, ma negli ultimi anni il restauro è diventato il vero motore di una nuova visione culturale, capace di coniugare tutela, ricerca e fruizione in un progetto unitario e consapevole.

Come sottolinea Corrado Piscopo, Funzionario Delegato della Direzione del Parco Archeologico di Ercolano, il cambiamento più profondo avvenuto di recente non riguarda tanto il singolo intervento quanto il metodo. Dopo decenni segnati da restauri episodici, spesso legati all’urgenza, Ercolano ha intrapreso un percorso radicalmente diverso, fondato su un sistema strutturato di manutenzione programmata. È un passaggio che segna una vera svolta culturale: il sito non viene più “riparato” quando il degrado diventa visibile, ma seguito, monitorato e curato in modo continuo, come un organismo vivo.

Questo modello, sviluppato attraverso una pianificazione su scala urbana e reso possibile anche dalla collaborazione ventennale con il Packard Humanities Institute, ha permesso al Parco, divenuto autonomo nel 2017, di affrontare in modo sistematico le criticità ereditate dal passato. Il risultato è sotto gli occhi dei visitatori: domus che tornano progressivamente accessibili, percorsi più leggibili, un’immagine complessiva del sito che restituisce non frammenti isolati, ma l’idea di una città coerente, stratificata e sorprendentemente attuale.

Il restauro archeologico a Ercolano: una visione a lungo termine

Corrado Piscopo spiega inoltre che la direzione intrapresa non guarda però soltanto al presente. La strategia del Parco è chiaramente orientata al medio e lungo periodo e punta a consolidare un modello sostenibile in cui progettazione, esecuzione e monitoraggio costituiscano un unico processo continuo. In questa prospettiva, il restauro diventa anche produzione di conoscenza, uno spazio in cui il sapere scientifico viene generato, condiviso e progressivamente restituito al pubblico.

L’obiettivo è rendere Ercolano un luogo sempre più fruibile e accessibile, capace di affrontare sfide ancora aperte, come la riapertura della Villa dei Papiri e la possibilità di rendere regolari le visite al Teatro Sotterraneo. Due spazi simbolici che incarnano la complessità e il potenziale ancora inespresso del sito e che, una volta pienamente accessibili, contribuiranno a rafforzare l’immagine di Ercolano come città antica restituita nella sua interezza.

Ercolano come laboratorio per lo studio dei materiali organici carbonizzati

Se Ercolano è un laboratorio, lo è soprattutto per lo studio dei materiali organici carbonizzati, un campo in cui il sito vesuviano rappresenta un unicum a livello mondiale. L’eruzione del 79 d.C. non distrusse semplicemente la città, ma la sigillò sotto una coltre piroclastica che, grazie a condizioni di anossia e temperature elevatissime, impedì la combustione del legno, provocandone una lenta carbonizzazione.

Così sono giunti fino a noi elementi architettonici, arredi domestici, oggetti legati alla vita quotidiana e alle attività marittime, conservati nella forma ma profondamente trasformati nella loro struttura interna. Questa condizione eccezionale, se da un lato ha permesso una conservazione senza precedenti, dall’altro ha reso i materiali estremamente fragili una volta riportati alla luce.

Dalla paraffina di Maiuri alla Green Conservation: l’evoluzione delle tecniche di restauro

Fin dagli inizi degli scavi, la conservazione di questi materiali ha posto problemi complessi. Già negli anni Venti del Novecento, sotto la direzione di Amedeo Maiuri, si sperimentava l’imbibizione in paraffina per consolidare i reperti lignei. Oggi, tuttavia, la rapidità del degrado e l’assenza di protocolli condivisi in letteratura rendono evidente la necessità di sviluppare nuove competenze direttamente sul campo.

Il Parco Archeologico di Ercolano continua quindi a collaborare con istituti e centri di ricerca internazionali, sperimentando materiali e metodologie innovative capaci di garantire stabilità e protezione senza compromettere l’autenticità dei reperti. Accanto ai legni carbonizzati, grande attenzione è riservata anche ai materiali lignei provenienti da contesti umidi o imbibiti d’acqua, per i quali si stanno sviluppando approcci ispirati alla cosiddetta Green Conservation, più sostenibili e sicuri sia per i reperti sia per gli operatori.

La credenza del Decumano Massimo: un esempio emblematico di restauro a Ercolano

In questo contesto si inserisce il recente ritorno alla luce, in senso non solo fisico ma anche culturale, della credenza proveniente dall’appartamento V,18 sul Decumano Massimo. Rinvenuto nel 1937 accanto alla Casa del Bicentenario, lo straordinario armadietto in legno carbonizzato conservava al suo interno coppe, bicchieri, brocche e pentole: un frammento intatto della vita domestica ercolanese.

Subito dopo la scoperta, in linea con il progetto di città-museo voluto da Maiuri, il mobile fu esposto in situ, protetto da una teca, affinché il visitatore potesse cogliere il legame diretto tra spazio, oggetto e gesto quotidiano. Per decenni, tuttavia, esigenze di tutela ne hanno imposto la chiusura in una cassa lignea, fino alla riapertura nel 2022 e all’avvio di un articolato percorso di studio e restauro realizzato in collaborazione con il Drents Museum di Assen, conclusosi nel 2023.

Restauro e valorizzazione: restituire la vita quotidiana dell’antica Ercolano

Il trasferimento all’Antiquarium del Parco Archeologico di Ercolano è stato un’operazione di estrema delicatezza, condotta da restauratori, archeologi e tecnici specializzati in una giornata interamente dedicata alla sicurezza del reperto. Oggi la credenza è collocata al piano ammezzato dell’Antiquarium, all’interno di un allestimento che ripropone fedelmente la disposizione originaria pensata da Maiuri.

Grazie alla documentazione di scavo, le stoviglie rinvenute nel 1937 sono state ricollocate sul mobile, restituendo al pubblico non solo un oggetto restaurato, ma un’immagine viva e sorprendentemente intima della vita di duemila anni fa. È in operazioni come questa che si coglie appieno la portata del lavoro svolto a Ercolano: qui il restauro non è mai un atto conclusivo, ma l’inizio di una nuova relazione tra il patrimonio e il presente.

Restauro archeologico a Ercolano: domande chiave e risposte essenziali

Che ruolo ha oggi il restauro archeologico a Ercolano?
Il restauro archeologico a Ercolano non è più un intervento occasionale, ma un processo continuo basato su manutenzione programmata, ricerca scientifica e monitoraggio costante. Questo approccio consente di preservare strutture, superfici decorate e materiali organici unici al mondo, garantendo al tempo stesso una fruizione consapevole del sito.

Perché Ercolano è un caso unico nella conservazione archeologica?
A differenza di altri siti vesuviani, Ercolano conserva una quantità straordinaria di materiali organici carbonizzati — legni, arredi e oggetti domestici — che richiedono metodologie di restauro altamente specializzate. Lo studio di questi reperti ha reso il sito un punto di riferimento internazionale per la conservazione dei materiali fragili.

Qual è il valore culturale di questi interventi?
Il restauro a Ercolano non mira solo a preservare gli oggetti, ma a ricostruire il rapporto tra spazio, funzione e vita quotidiana nell’antichità, trasformando il patrimonio archeologico in uno strumento attivo di conoscenza per il presente e per il futuro.

Il corno napoletano: molto di più di un semplice amuleto

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Tra superstizione, identità popolare e memoria antica, uno dei simboli più profondi della cultura partenopea.

Il corno napoletano è uno degli oggetti simbolici più riconoscibili di Napoli e, al tempo stesso, uno dei più fraintesi.

Rosso, lucido, allungato e spesso contorto: il corno napoletano è molto più di un semplice oggetto folkloristico. È uno dei simboli più riconoscibili di Napoli e della cultura popolare italiana, un amuleto che attraversa secoli di storia mescolando superstizione, religione, ironia e identità collettiva.

Origini antiche e significato apotropaico

Le sue origini affondano nell’antichità. Prima ancora di diventare “napoletano”, il corno era già presente nelle civiltà greca e romana come simbolo di fertilità, forza vitale e protezione contro il malocchio.

Il riferimento era fallico, esplicito e privo di imbarazzo: il fallo, nella cultura antica, era un potente talismano apotropaico, capace di allontanare le energie negative. Non a caso, a Pompei sono stati ritrovati numerosi amuleti fallici simili al corno moderno.

Il corno nella tradizione napoletana

A Napoli questo simbolo si trasforma e si codifica. Il corno diventa sottile, ricurvo, rigorosamente rosso, colore associato al sangue, alla vita e alla protezione.

Secondo la tradizione, il vero corno portafortuna deve essere fatto a mano, mai industriale, e soprattutto regalato: comprarlo per sé stessi ne annullerebbe il potere. Un dettaglio che racconta molto della cultura partenopea, dove la fortuna è sempre una questione collettiva, mai individuale.

Anche il materiale ha un ruolo centrale. Il corno autentico, quello “che funziona”, dovrebbe essere realizzato in corallo, terracotta, oro o argento. Il corallo, in particolare, era considerato magico fin dall’antichità perché nasce dal mare ma sembra pietra, un elemento sospeso tra mondi diversi, proprio come la fortuna. La plastica, pur diffusissima oggi, resta una concessione moderna, più estetica che simbolica.

Un simbolo vivo tra sacro, profano e cultura pop

Il corno napoletano non va confuso con la mano cornuta, altro gesto apotropaico molto diffuso in Italia. Se il corno è un oggetto, la mano cornuta è un gesto che “risponde” al malocchio in tempo reale. Entrambi condividono la stessa funzione difensiva, ma il corno resta una protezione continua, silenziosa, quasi domestica.

Nel tempo, il corno ha superato i confini della superstizione per diventare un vero fenomeno pop. Lo si vede appeso negli specchietti delle auto, al collo di calciatori e rapper, nei camerini dei teatri e perfino nelle collezioni di alta gioielleria. È stato sdoganato dalla moda, dal cinema e dalla musica, trasformandosi in un simbolo identitario che oscilla tra sacro e profano.

A Napoli, però, il suo significato resta profondamente serio. Il corno non è solo “scaramanzia”, ma un modo ironico e pragmatico di affrontare l’incertezza della vita. In una città abituata a convivere con il caos, l’imprevisto e la bellezza fragile, il corno diventa una risposta concreta all’ansia del futuro: non elimina i problemi, ma li tiene a distanza.

Forse è proprio questo il segreto della sua longevità. Il corno napoletano non promette miracoli, ma protezione. Non garantisce successo, ma equilibrio. E continua, secolo dopo secolo, a ricordare che un pizzico di fortuna – vera o simbolica – è sempre meglio averlo dalla propria parte.

Il cippo di Sant’Antuono: il fuoco, la città e l’eredità di un santo antico

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Tondo pittorico raffigurante probabilmente Sant’Antonio Abate, riconoscibile dal saio scuro e dal bastone a tau, mentre assiste San Paolo Eremita morente, immagine simbolica del culto del fuoco e del cippo di Sant’Antuono a Napoli

Rito del fuoco, devozione popolare e spazio urbano nella Napoli di Sant’Antonio Abate

Il cippo di Sant’Antuono è uno dei riti più antichi e simbolici della cultura napoletana, un gesto collettivo in cui il fuoco diventa linguaggio religioso, antropologico e urbano.

Ogni anno, nella notte sospesa tra il 16 e il 17 gennaio, Napoli rinnova uno dei suoi riti più arcaici e identitari: ’o cippo ’e Sant’Antuono, il grande falò dedicato a Sant’Antonio Abate. Non si tratta di una semplice celebrazione folklorica, né di un residuo pittoresco del passato, ma di un gesto carico di significati profondi, in cui si intrecciano religione, antropologia, cultura popolare e spazio urbano.

Il cippo è un atto collettivo che affida al fuoco il compito di purificare, proteggere e rigenerare, rivelando il modo tutto napoletano di abitare il tempo: non lineare, ma circolare, fatto di ritorni e trasformazioni. In questa notte rituale, Napoli si racconta a sé stessa attraverso uno dei suoi linguaggi più antichi, quello del fuoco, elemento primordiale che distrugge e insieme genera, che consuma e illumina.

Sant’Antonio Abate: il deserto, la prova, il fuoco

Sant’Antonio Abate nasce in Egitto intorno al 251 d.C. ed è considerato il padre del monachesimo cristiano. Ritiratosi nel deserto, scelse una vita di ascesi e di lotta spirituale, diventando simbolo di resistenza alle tentazioni e di dominio sull’istinto.

Le fonti agiografiche raccontano di visioni, prove estreme e assalti del male, spesso descritti con immagini di fiamme e incendi interiori. In questo senso, il fuoco assume una valenza ambivalente: è sofferenza e conoscenza, minaccia e purificazione.

Non è casuale che Sant’Antonio venga associato alla guarigione del cosiddetto fuoco sacro, l’ergotismo medievale, né che sia venerato come protettore degli animali domestici, spesso raffigurato con il maialino al seguito, simbolo di sopravvivenza, ciclicità e rapporto primario tra uomo e natura.

A Napoli, questa figura ascetica e severa viene tradotta nel linguaggio del popolo e diventa Sant’Antuono, un santo vicino, quasi domestico, capace di parlare la lingua della strada senza perdere la sua forza simbolica.

Il fuoco rubato agli inferi: mito e sapienza popolare

La tradizione popolare arricchisce la figura del santo con una leggenda potente: Sant’Antonio sarebbe sceso agli inferi per rubare il fuoco ai diavoli e donarlo agli uomini.

Grazie all’astuzia e all’aiuto del suo maialino, riuscì a nascondere la fiamma nel bastone di ferula, che arde all’interno senza mostrare il fuoco all’esterno. Una volta tornato sulla terra, alzò il bastone infuocato in segno di benedizione, regalando agli uomini il fuoco come strumento di vita e protezione.

Dietro il tono fiabesco, si cela una visione arcaica e profondissima: il fuoco non si possiede, si custodisce e si trasmette.

Il cippo: bruciare per ricominciare

È questo principio che anima il rito del cippo. Il cippo è una grande catasta di legna, spesso alimentata con oggetti vecchi e inutilizzati, che viene accesa come atto collettivo. Il fuoco non è spettacolo, ma rito: brucia ciò che è consumato per rendere possibile un nuovo inizio.

Nella cultura contadina e urbana napoletana, accendere un falò nel cuore dell’inverno significava esorcizzare il freddo, la paura e la carestia, invocando protezione e prosperità per l’anno appena iniziato. Attorno al cippo si raccoglie la comunità, senza una distinzione netta tra sacro e profano.

La preghiera convive con la socialità, la devozione con il racconto orale, la festa con il silenzio. La celebre invocazione popolare “Sant’Antuono, pigliate ’o viecchio e datece ’o nuovo” sintetizza il senso profondo del rito: affidare al fuoco ciò che è stato per immaginare ciò che verrà.

Via Foria e il Buvero ’e Sant’Antuono: il centro simbolico

Questa tradizione vive in luoghi precisi, che diventano veri e propri poli simbolici della città. Il fulcro storico e spirituale è la Chiesa di Sant’Antonio Abate a Foria, situata in un’area che i napoletani chiamano ancora oggi ’o buvero ’e Sant’Antuono.

Il termine buvero rimanda a un’antica via di penetrazione urbana, prossima a zone un tempo paludose, successivamente bonificate. Collocare qui la chiesa significa affidare al santo una funzione di presidio e protezione di uno spazio liminale, fragile, attraversato.

La Chiesa di Sant’Antonio Abate: cura, architettura, devozione

Le origini dell’edificio risalgono al XIII secolo, quando nacque come complesso religioso e ospedaliero destinato all’assistenza dei pellegrini e dei malati, in particolare di coloro che soffrivano del fuoco sacro. Ancora una volta, il legame tra Sant’Antonio, il fuoco e la cura si manifesta in modo concreto.

Nel corso dei secoli la chiesa è stata trasformata e ampliata, assumendo una fisionomia sobria, perfettamente integrata nel tessuto urbano, quasi a sottolineare la natura quotidiana e popolare della devozione. All’interno, lo spazio appare raccolto e stratificato, lontano da ogni monumentalità enfatica.

Gli interni della chiesa di Sant’Antonio Abate tra barocco e devozione popolare

All’interno, la chiesa di Sant’Antonio Abate conserva una struttura essenziale, frutto delle stratificazioni avvenute tra il tardo Medioevo e l’età moderna. L’impianto è a navata unica, scandita da cappelle laterali che si aprono come nicchie devozionali, espressione di una religiosità diffusa e familiare più che celebrativa. L’architettura non cerca l’effetto spettacolare: le proporzioni sono contenute, lo spazio è raccolto, quasi domestico, coerente con la funzione originaria di luogo di cura e accoglienza.

La decorazione interna riflette gli interventi seicenteschi e settecenteschi che hanno progressivamente aggiornato l’edificio secondo il gusto barocco napoletano, senza però snaturarne la sobrietà. Stucchi discreti, cornici modanate e altari laterali in marmi policromi accompagnano lo sguardo lungo la navata, creando una scansione ritmica che guida il fedele verso il presbiterio.

Qui, l’altare maggiore custodisce l’immagine di Sant’Antonio Abate, raffigurato secondo l’iconografia tradizionale: il saio monastico, il bastone a tau, il libro e il fuoco, simbolo del male vinto ma anche della malattia curata.

Particolarmente significativo è il patrimonio pittorico, frammentario ma eloquente. Sulle pareti e nelle cappelle sopravvivono affreschi e tele devozionali dedicati alla vita del santo e ai temi della guarigione, della protezione e della resistenza alla tentazione. Non si tratta di cicli monumentali, bensì di immagini pensate per una fruizione ravvicinata, destinate a essere toccate dallo sguardo e dalla preghiera quotidiana. La pittura, spesso popolare nell’impianto narrativo, dialoga con la tradizione colta del barocco napoletano, restituendo un equilibrio tra arte e funzione.

Una delle particolarità più suggestive della chiesa è il rapporto fisico con il culto: ex voto, piccole offerte, ceri e immagini votive testimoniano una continuità di frequentazione che attraversa i secoli. Qui la devozione non è mai astratta, ma radicata nel corpo e nell’esperienza concreta della sofferenza e della speranza di guarigione. Anche l’originaria vocazione ospedaliera del complesso riaffiora simbolicamente nella disposizione degli spazi, che favoriscono la sosta, l’attesa, l’incontro.

Nei giorni che precedono il 17 gennaio diventa punto di convergenza continuo per fedeli, famiglie, anziani, bambini e animali domestici portati per la benedizione. Durante la notte del cippo, la chiesa non è una semplice cornice, ma parte viva del rito: il fuoco che arde nelle strade dialoga idealmente con la preghiera custodita tra le sue mura.

Il rito nei quartieri: Borgo Sant’Antonio Abate, Forcella, Sanità

Accanto a Via Foria, la tradizione resta particolarmente viva nel Borgo Sant’Antonio Abate, parte del quartiere San Lorenzo-Vicaria, dove la trama urbana antica, fatta di cortili, botteghe e slarghi improvvisi, accoglie il rito in una dimensione quasi domestica. Nei quartieri popolari di Forcella e del Rione Sanità, il cippo conserva ancora oggi una forte partecipazione collettiva: bancarelle, venditori ambulanti, processioni spontanee e incontri notturni restituiscono al rito il suo carattere originario di festa comunitaria, in cui il sacro e il quotidiano continuano a convivere.

Tradizione e contemporaneità: un fuoco che resiste

Nel contesto urbano contemporaneo, il cippo vive una tensione costante tra memoria e regolamentazione, tra esigenze di sicurezza e bisogno di ritualità. Eppure, nonostante divieti, trasformazioni e adattamenti, la tradizione non si è mai estinta. Napoli è una città che non vive il tempo come successione lineare, ma come ritorno carico di senso. Ciò che si ripete non è mai identico, ma porta con sé la forza della continuità. Il cippo di Sant’Antuono non è nostalgia, ma resistenza culturale.

Il santo, gli animali e la comunità

Ma il 17 gennaio restituisce soprattutto con particolare evidenza uno degli aspetti più antichi e al tempo stesso più vitali del culto di Sant’Antonio Abate: il suo legame con il mondo animale. Secondo una tradizione diffusa e ancora oggi profondamente sentita, il santo è protettore degli animali domestici e da lavoro, compagni silenziosi della vita quotidiana e, per secoli, risorsa indispensabile per la sopravvivenza delle comunità. A Napoli, questa devozione si traduce in un gesto semplice ma altamente simbolico: portare i propri animali davanti alla chiesa per ricevere la benedizione.

Nei giorni e soprattutto nelle ore che precedono il 17 gennaio, il sagrato e gli spazi attorno alla chiesa si animano di una presenza eterogenea e affettuosa: cani e gatti, ma anche uccelli, conigli e talvolta animali più insoliti, accompagnati da famiglie, anziani, bambini. La scena, apparentemente informale, rivela in realtà una continuità profonda con il passato, quando il rapporto tra uomini e animali era diretto, quotidiano, segnato dal lavoro e dalla necessità. La benedizione diventa così un atto di cura estesa, che non riguarda solo l’essere umano ma l’intero microcosmo domestico che lo circonda.

In questo rito collettivo, la chiesa di Sant’Antonio Abate si conferma ancora una volta come luogo di mediazione tra sacro e vita vissuta. L’animale, spesso escluso dai discorsi ufficiali sulla spiritualità, rientra qui come presenza legittima, riconosciuta e protetta. La fede si manifesta attraverso un gesto concreto, accessibile, che non richiede spiegazioni teologiche ma si fonda sull’esperienza condivisa dell’affetto e della responsabilità. È forse in questa dimensione inclusiva e popolare che il culto del santo trova la sua forza più duratura: nel riconoscere valore a ciò che vive accanto all’uomo, nel dare forma rituale a un legame che attraversa i secoli e continua a rinnovarsi, ogni anno, davanti alle porte della chiesa.

Il fuoco che nutre: dal santo alla pizza

Non è un caso che Sant’Antonio Abate sia considerato anche protettore dei fornai e dei forni, custode simbolico di quel fuoco che può distruggere ma anche nutrire. Da questa antica associazione, profondamente radicata nella cultura napoletana, nasce una coincidenza significativa: il 17 gennaio è oggi celebrato come Giornata mondiale della pizza. Un cibo popolare per eccellenza, figlio del forno e della fiamma, che diventa emblema di una tradizione laica capace di dialogare con il sacro senza contraddirlo.

Ancora una volta, la figura del santo si colloca in una zona di confine feconda, dove la fede non si oppone alla vita quotidiana ma la attraversa, la scalda, la rende condivisa. Il fuoco di Sant’Antonio, temuto come malattia e venerato come strumento di purificazione, si trasforma così nel calore del forno, nel gesto ripetuto del pizzaiolo, nel rito contemporaneo di una pizza consumata insieme. In questa sovrapposizione di significati religiosi, simbolici, sociali, Napoli continua a raccontare se stessa: una città in cui il sacro non è mai distante dal profano, ma si intreccia alle pratiche collettive, ai mestieri, ai sapori, conservando intatta la propria capacità di generare senso, comunità e memoria.

L’Ottocento a Napoli: dodici nuove sale alla Certosa di San Martino raccontano la nascita della modernità

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Alla Certosa di San Martino un nuovo percorso permanente restituisce il volto internazionale, colto e moderno della Napoli ottocentesca, tra collezionismo, arti decorative e grandi maestri.

L’Ottocento è il secolo in cui Napoli cambia volto. Capitale del Mediterraneo, crocevia del Grand Tour, laboratorio di linguaggi artistici capaci di dialogare con l’Europa e di anticipare la modernità, la città partenopea vive una stagione di straordinaria intensità culturale.

Questo racconto prende oggi forma nelle dodici nuove sale dedicate all’Ottocento a Napoli, inaugurate il 22 dicembre 2025 presso la Certosa di San Martino, all’interno dei Musei Nazionali del Vomero.
A distanza di settimane dall’apertura, procede con grande successo la fruizione del nuovo percorso permanente, che è stabilmente visitabile come parte integrante dell’allestimento museale.

La nuova sezione riunisce circa 200 opere tra dipinti, sculture, arti decorative, disegni e fotografie, provenienti dalle collezioni storiche del museo, molte delle quali a lungo non accessibili al pubblico. Un progetto che restituisce un racconto unitario dell’arte e del collezionismo ottocentesco, superando una visione frammentaria delle raccolte.

«L’Ottocento è per Napoli un secolo di grandissime trasformazioni: comincia in un modo e finisce in un altro, ma nel frattempo la città produce cultura, la esporta e costruisce linguaggi nuovi», sottolinea Luigi Gallo, direttore ad interim dei Musei Nazionali del Vomero.

Dalle arti decorative alla pittura moderna

Il percorso espositivo prende avvio dalle arti decorative, vero emblema del gusto colto e cosmopolita della Napoli ottocentesca: porcellane della Real Fabbrica di Capodimonte e della Real Fabbrica Ferdinandea, vetri, coralli, maioliche e terraglie raccontano una città aperta alla sperimentazione tecnica e al dialogo internazionale.

La sezione dedicata alla pittura di paesaggio testimonia il ruolo centrale di Napoli nello sviluppo di questo genere artistico, dai lirismi romantici alla Scuola di Posillipo, fino agli esiti realistici e veristi. Un contesto in cui il confronto con la cultura francese e con le grandi correnti europee avviene su un piano di piena reciprocità.

Collezionismo, borghesia e respiro europeo

Come evidenzia Isabella Valente, co-curatrice del nuovo allestimento, l’Ottocento artistico napoletano è un fenomeno di portata internazionale: «Napoli mantiene un ruolo centrale nel panorama europeo anche dopo la perdita del titolo di capitale politica, con artisti presenti a Parigi, in Europa e nelle Americhe».

Il percorso restituisce anche la storia del collezionismo borghese ottocentesco, espressione di un autentico sfarzo culturale, fatto di gusto, studio e apertura verso il mondo.

Opere ritrovate e sale restituite alla città

Tra gli elementi di maggiore rilievo figurano i disegni e le gouaches di Giacinto Gigante, presentati in modo organico, la rilettura della collezione dei vetri e il recupero architettonico di ambienti rimasti chiusi per lungo tempo. L’intervento si inserisce in un più ampio progetto di rinnovamento della Certosa di San Martino, reso possibile grazie ai finanziamenti PNRR, fondamentali per la valorizzazione del patrimonio museale.

Con questa nuova sezione permanente, la Certosa di San Martino si conferma come uno dei poli museali più dinamici di Napoli, capace di attraversare i secoli e di raccontare una città che, nell’Ottocento come oggi, continua a parlare al futuro.

Dietro il presepe. L’evoluzione dell’arte presepiale napoletana dal secolo d’oro ai giorni nostri

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Un percorso tra tecniche, materiali e innovazione nella tradizione presepiale

La mostra sul presepe napoletano “Dietro il presepe” racconta l’evoluzione di una delle espressioni più alte dell’arte e dell’identità culturale partenopea, attraverso un percorso che svela tecniche, materiali e processi creativi custoditi nella Certosa di San Martino.

Il presepe napoletano non è solo una Natività, ma un archivio vivente di storia, arte e identità. Un patrimonio culturale che nel tempo ha assolto a molteplici funzioni: evangelizzazione, continuità della tradizione, unificazione sociale e culturale. È da questa consapevolezza che nasce la mostra Dietro il presepe. L’evoluzione dell’arte presepiale napoletana dal secolo d’oro ai giorni nostri, ospitata negli spazi della biglietteria della Certosa di San Martino, sede dei Musei Nazionali del Vomero.

Inaugurata il 22 dicembre 2025, la mostra è visitabile fino al 17 marzo e propone un percorso espositivo che invita il visitatore a scoprire ciò che solitamente resta nascosto allo sguardo: il lavoro, le tecniche, i materiali e i processi creativi che precedono la composizione finale del presepe napoletano.

Un bene comune tra sacro e profano

Come spiega il curatore Vincenzo Nicolella, il presepe napoletano si distingue dagli altri presepi realizzati in Italia e in Europa per la ricchezza e la complessità dei suoi contenuti. A partire dalla fine del Seicento, e con maggiore evidenza nella seconda metà del Settecento, il presepe subisce un processo di progressiva laicizzazione. Pur mantenendo la matrice religiosa, l’evento sacro della nascita di Gesù diventa un espediente narrativo per mettere in scena una composizione più ampia, in cui il racconto si allontana dalla Sacra Famiglia per rappresentare la vita quotidiana.

La scena presepiale diventa così il luogo in cui si riflettono il paesaggio napoletano, le dinamiche sociali e, in alcuni casi, episodi legati alla storia o alla famiglia del committente. È una peculiarità propria del presepe napoletano, che talvolta non espone nemmeno il gruppo della Sacra Famiglia, ma solo scene separate, le cosiddette “spaventi”, che si sviluppano al di fuori della rappresentazione canonica.

Il percorso espositivo: dal pastore alla scena

Il percorso della mostra dialoga con le collezioni storiche del Museo di San Martino e si articola in aree tematiche, offrendo diversi livelli di lettura. Punto di partenza e di arrivo dell’allestimento è la figura del pastore, elemento chiave delle composizioni presepiali e parametro fondamentale per determinarne scala, proporzioni e impianto scenografico.

La mostra prende avvio dal pastore novecentesco e contemporaneo, modellato interamente in terracotta e caratterizzato da dimensioni progressivamente più ridotte, per poi risalire fino al pastore settecentesco di misura terzina. In questo percorso a ritroso vengono svelate le strutture complesse delle figure antiche: manichino, testa e arti in legno o terracotta policromata, abiti in stoffa. Un racconto che consente di comprendere l’evoluzione formale e tecnica dell’arte presepiale napoletana dal Settecento ai giorni nostri.

Tecniche, materiali e innovazione nella tradizione

Uno degli aspetti distintivi dell’allestimento è l’attenzione dedicata alle tecniche di lavorazione. Figure, scenografie e accessori sono presentati anche smontati, per mettere in evidenza il processo di realizzazione e la materia prima impiegata. Terracotta, ceramica, ceroplastica, legno e metalli raccontano una continuità tecnica che si estende per oltre tre secoli, affiancata a una costante capacità di rinnovamento.

Accanto alla tradizione, la mostra dedica una sezione a un’innovazione significativa: lo storytelling presepiale. Si tratta di una nuova forma espressiva che traduce personaggi, eventi e luoghi storici in scene presepiali. Tra gli esempi più emblematici ricordati dal curatore vi è l’omaggio a un episodio fondamentale della storia dell’archeologia: nel 1757 l’Accademia Ercolanese presentò a Carlo di Borbone il primo tomo di una pubblicazione che rendeva accessibili a un pubblico più ampio le scoperte archeologiche di Ercolano e Pompei, introducendo innovazioni tecniche come la stampa in quadricromia.

Artisti, collezioni e attività educative

La mostra presenta opere di numerosi artisti e artigiani napoletani contemporanei, affiancate da pezzi provenienti da collezioni private. Un insieme che restituisce un quadro articolato della produzione presepiale tra Novecento e contemporaneità, mettendo in relazione manifattura classica e sperimentazione.

Particolare attenzione è riservata alle attività educative. Durante il periodo di apertura dell’allestimento sono previsti laboratori didattici e dimostrazioni dal vivo, nel corso dei quali gli stessi artisti e artigiani realizzeranno opere in diretta: lavorazioni al tornio in ceramica, modellato di testine per pastori, interventi in ceroplastica. Un’iniziativa che rende la mostra interattiva e che nasce anche dalla volontà di avvicinare le scuole, favorendo la trasmissione dei saperi alle nuove generazioni.

La mostra Dietro il presepe, ospitata alla Certosa di San Martino a Napoli, si inserisce così nel più ampio racconto dell’evoluzione dell’arte presepiale napoletana, confermando il presepe come linguaggio capace di raccontare il passato e il presente attraverso una tradizione ancora viva.

Informazioni utili

  • Mostra: Dietro il presepe. L’evoluzione dell’arte presepiale napoletana dal secolo d’oro ai giorni nostri
  • Sede: Certosa di San Martino – Musei Nazionali del Vomero, Napoli
  • Inaugurazione: 22 dicembre 2025
  • Chiusura: 17 marzo

La 39ª edizione della Mostra di Arte Presepiale di Napoli nella chiesa di Sant’Angelo a Segno

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Scena del presepe napoletano alla Mostra di Arte Presepiale di Napoli

Tradizione, artigianato e identità culturale nel cuore del centro storico

La Mostra di Arte Presepiale di Napoli rappresenta uno degli appuntamenti culturali più significativi del periodo natalizio, capace di raccontare la città attraverso la sua tradizione più identitaria.

La 39ª edizione della Mostra di Arte Presepiale di Napoli, in programma fino al 6 gennaio 2026, si svolge nel cuore del centro storico, lungo il Decumano Maggiore, all’interno della Chiesa di Sant’Angelo a Segno, in via dei Tribunali 45 opera dell’Associazione Italiana Amici del Presepe -Napoli. Un appuntamento che conferma il presepe come uno dei più forti attrattori culturali e identitari della città.

Non si tratta solo di una tradizione natalizia, ma di un linguaggio universale capace di affascinare visitatori di ogni età e provenienza, unendo spiritualità, arte e racconto popolare.

Il presepe napoletano tra storia e linguaggio universale

Il presepe nasce nel XIII secolo, quando San Francesco d’Assisi, nel 1223, realizzò a Greccio la prima rappresentazione della Natività. A Napoli, però, questa forma espressiva ha trovato nei secoli una dimensione unica: dal presepe sacro a quello settecentesco, fino alla tradizione artigianale contemporanea, l’arte presepiale partenopea ha saputo trasformare la Natività in un vero teatro della vita, popolato da personaggi, mestieri e scorci urbani che raccontano il popolo e la sua storia.

La Mostra di Arte Presepiale nel cuore dei Decumani

La scelta di una sede collocata in via dei Tribunali, lungo uno dei principali assi dei Decumani, rafforza enormemente la capacità attrattiva della mostra. Il centro storico, attraversato quotidianamente da flussi continui di visitatori, rappresenta un contesto ideale in cui l’esposizione si inserisce naturalmente, diventando una tappa imprescindibile del percorso tra arte, storia e tradizione.

In mostra si possono ammirare opere di altissima qualità, realizzate da maestri presepisti che esprimono il meglio della scuola napoletana. Scene curate nei minimi dettagli, materiali pregiati, equilibrio tra innovazione e rispetto della tradizione rendono ogni presepe un’opera capace di emozionare e coinvolgere il pubblico.

Fondamentale, in questo contesto, è il ruolo dell’artigianato napoletano, autentico patrimonio culturale della città. L’arte presepiale vive grazie alle mani esperte di artigiani che tramandano saperi antichi, tecniche di lavorazione e una visione creativa profondamente legata al territorio. A Napoli l’artigianato non è solo economia, ma identità, memoria e continuità.

Da 39 anni, la Mostra di Arte Presepiale si conferma così non solo come esposizione natalizia, ma come vetrina di eccellenza culturale e artigianale, capace di raccontare Napoli attraverso una tradizione viva, attrattiva e di straordinaria qualità artistica.

Faccia N’Gialluta. I miracoli di San Gennaro di Gennaro Regina e Claudia Fruggiero

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Faccia N’Gialluta, mostra dedicata ai miracoli di San Gennaro nella Cappella del Pontano a Napoli

Arte contemporanea e devozione popolare nella Cappella del Pontano, tra leggende, luce e miracoli del patrono di Napoli

Faccia N’Gialluta è la mostra di Gennaro Regina e Claudia Fruggiero dedicata ai miracoli di San Gennaro, ospitata nella Cappella del Pontano nel cuore del centro storico di Napoli.

San Gennaro a Napoli compare quando serve, evocato dal popolo. All’improvviso, nei momenti di difficoltà, evocato dal popolo come una presenza familiare e potente, sempre pronta a proteggere e ad aiutare. Questa forza improvvisa, quasi travolgente, è il cuore della mostra Faccia N’Gialluta. I miracoli di San Gennaro di Gennaro Regina e Claudia Fruggiero, che trova nella Cappella del Pontano una collocazione tanto naturale quanto sorprendente.

La Cappella del Pontano, tra Rinascimento e contemporaneità

Nel pieno centro storico di Napoli, la Cappella del Pontano – uno dei massimi esempi del Rinascimento napoletano – accoglie l’esposizione e diventa parte integrante del racconto. Costruita nel 1492 dall’umanista Giovanni Pontano come cappella gentilizia per la moglie Adriana Sassone, questo spazio carico di memoria e spiritualità si apre oggi a un dialogo contemporaneo, senza perdere la propria identità.

L’opera sull’altare e la presenza evocata di San Gennaro

L’opera collocata sull’altare è il fulcro visivo della mostra: maestosa, potente, capace di catturare immediatamente lo sguardo grazie a un uso essenziale ma efficace della luce. I colori, intensi e brillanti, sono quelli inconfondibili di Gennaro Regina e irrompono nello spazio sacro con decisione, creando un impatto immediato e coinvolgente. San Gennaro non viene rappresentato in modo narrativo, ma evocato come presenza viva, quasi fisica.

Faccia N’Gialluta: il percorso espositivo e il significato del titolo

Attorno all’altare si sviluppa il percorso espositivo, composto da sei tele, che insieme all’opera centrale formano la mostra Faccia N’Gialluta, visitabile a ingresso gratuito fino al 6 gennaio 2026, con il sostegno dell’Associazione Polo Culturale Pietrasanta Ets.

Il titolo richiama il volto dorato del celebre busto trecentesco commissionato da Carlo II d’Angiò, un’immagine profondamente radicata nell’immaginario popolare e nel linguaggio affettivo dei napoletani.

L’incontro tra Gennaro Regina e Claudia Fruggiero

La mostra nasce dall’incontro tra Gennaro Regina e Claudia Fruggiero, giovane artista sannita e studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Napoli. Da questa collaborazione prende forma un percorso che indaga le leggende meno conosciute del patrono, in particolare i miracoli “giovanili” raccontati da Matilde Serao, restituendo un San Gennaro vicino alla gente, umano, sorprendente, quasi quotidiano.

Le sei tavole e il dialogo tra tradizione e arte contemporanea

Le sei tavole, realizzate a quattro mani con acrilico su carta di cotone, mettono in relazione tradizione e sensibilità contemporanea. Dalle opere originali sono stati stampati 100 esemplari numerati in numeri arabi e 50 in numeri romani, firmati dagli artisti e accompagnati dai testi dei miracoli in italiano e inglese.

Un’esperienza immersiva nel cuore di Napoli

Visitare Faccia N’Gialluta significa entrare in uno spazio storico che torna a essere vivo, dove la Cappella del Pontano non fa da semplice sfondo ma diventa testimone e interlocutrice. Un’esperienza immersiva in cui arte, fede e leggenda si intrecciano, e dove San Gennaro, ancora una volta, sembra comparire all’improvviso.