La Chiesa di Santa Maria della Verità dedicata da Scipione De Curtis alla Madonna della Verità in onore della verità affermatasi nella sua questione giudiziaria

La Chiesa di Santa Maria della Verità ha una storia che inizia con il consigliere Scipione De Curtis. Questi accusato di gravi reati contro il Re di Spagna si recò a pregare presso l’edicola di Santa Maria dell’Oliva affinché fosse scagionato dalle accuse. De Curtis prometteva in caso di grazia che avrebbe fatto erigere un edificio sacro.

Scipione De Curtis, una volta ottenuta la grazia, si adoperò affinché fosse costruito un monastero. Il luogo scelto dove erigere il monastero è di fronte al palazzo di Carlo Carafa, duca di Nocera. Nel palazzo di Carafa sarà ospitato il convento dei Carmelitani Scalzi. De Curtis però volle che la sacra effigie della Madonna dell’Oliva fosse collocata nel nuovo tempio. Il consigliere dedicò così la chiesa alla Madonna della Verità in onore della verità affermatasi nella questione giudiziaria.

L’arcivescovo di Sorrento Antonio Del Pezzo consacrò la Chiesa di Santa Maria della Verità nel 1653.

Giovan Giacomo di Conforto, che lavorava già nella vicina chiesa di Santa Teresa, costruì la chiesa di Santa Maria della Verità a partire dal 1603. Nel 1653 fu l’arcivescovo di Sorrento, Antonio del Pezzo, a consacrare la chiesa. Dopo i terremoti del 1688 e del 1694 fu Arcangelo Guglielmelli a restaurare la chiesa. Poi i restauri continuarono nella seconda metà del Settecento con Giuseppe Astarita, che nel 1751 disegnò il pavimento. Nel 1850 il restauro continuò ad opera di Costantino Pimpinelli autore dei fregi neoclassici dei pennacchi della cupola e delle decorazioni delle volte dei transetti.

L’edificio è anche conosciuto come la chiesa senza faccia

Durante il decennio francese, per costruire il nuovo corso Napoleone che avrebbe direttamente collegato il Museo Nazionale e la reggia di Capodimonte, la chiesa si trovò ad una quota superiore rispetto alla nuova strada a causa degli enormi lavori di sbancamento della ripida collina dove il monastero sorgeva. In seguito saranno costruiti anche degli edifici che nasconderanno la facciata della chiesa alla nuova strada. Per questo motivo La Chiesa di Santa Maria della Verità è anche conosciuta come la chiesa senza faccia.

Nella Chiesa di Santa Maria della Verità si sono svolti i funerali di Leopardi

La storia della chiesa di Santa Maria della Verità si lega a quella di Giacomo Leopardi nel giorno della sua morte, il 14 giugno 1837. E’ in questo luogo che Antonio Ranieri, cercò un religioso che portasse al moribondo Leopardi i conforti sacramentali.

Pochi anni dopo l’Unità d’Italia l’intero complesso venne sottratto all’ordine degli Agostiniani e incamerato nei beni dello Stato. Il convento fu destinato a scopi civili e solo in seguito una parte verrà loro data in uso.

Set di importanti film cinematografici

Le riprese del film L’oro di Napoli, di Vittorio De Sica del 1954 fotografano gli interni della chiesa. Così come un altro film-culto: Le mani sulla città di Francesco Rosi del 1963. Tali immagini testimoniano lo splendore della chiesa prima del terremoto dell’Irpinia del 1980 che sconvolse l’intera regione: la struttura fu gravemente danneggiata.

La chiesa viene abbandonata per diversi anni, durante i quali è stata depredata di marmi, paliotti, arredi sacri. Il più efferato di questi furti avvenne nel 1985, quando dei ladri rubano il paliotto dell’altare del transetto destro.

Tuttavia per sopperire alla chiusura della chiesa le celebrazioni liturgiche continuarono ad essere officiate nella sacrestia. Nella sacrestia un tempo adorna di possenti armadi in noce e oggi esposti nella certosa di San Martino, fu allestita una chiesa temporanea, smantellata con la riapertura dell’edificio.

Gli stucchi di Lorenzo Vaccaro nella Chiesa di Santa Maria della Verità

La navata unica è ricoperta di magnifici stucchi del tardo XVII secolo. Gli stucchi sono opera di Lorenzo Vaccaro il cui intervento è accertato a partire dal 1684, copre tutte le strutture portanti dell’edificio; la cupola è anch’essa opera del Vaccaro, realizzata insieme ai suoi allievi Bartolomeo Granucci e Nicola Mazzone.

Del Vaccaro sono le quattro statue in stucco che in coppia sono poste a fianco degli altari del transetto e che per stile sono simili alle statue da lui realizzate nello stesso periodo per il cappellone del Crocifisso nella basilica di San Giovanni Maggiore.

Bartolomeo Ghetti ha realizzato la balaustra e l’altare maggiore su disegno di Arcangelo Guglielmelli.

Nella zona absidale, ridecorata sempre sui disegni del Guglielmelli, sono collocate sul fronte la Natività e l’Adorazione dei Magi di Andrea d’Aste, databili 1710, mentre ai lati sono collocate la Visitazione e l’Annunciazione di Giacomo del Pò. Tra le due tele del d’Aste si nota il possente organo con sulla sommità l’icona di Santa Maria dell’Oliva.


Le cappelle ospitano le tele di Massimo Stanzione, Domenico Antonio Vaccaro, Francesco Di Maria, Agostino Beltrano, Giuseppe Marullo e Giacinto Diano. Alcune opere sono state trasferite al Museo di Capodimonte, come due tele ciascuno di Luca Giordano e Mattia Preti. Nella cappella Schipani sono presenti anche opere scultoree in marmo raffiguranti tre importanti esponenti della famiglia, opera di Giulio Mencaglia, mentre i marmi nonché l’altare sono di Bernardino Landini.

Di notevole interesse è il pulpito in noce che mostra alla sua base una possente aquila intagliata da Giovanni Conte, detto Il Nano.

Nella sacrestia, oggi adoperata come salone sono presenti nelle lunette affreschi dei primi del XVII secolo rappresentanti Storie dell’ordine agostiniano. Nel piccolo cortile rettangolare, accessibile dall’antisacrestia, è presente un pozzale lavorato in piperno.

Nell’ipogeo sottostante la chiesa venivano sepolti i corpi dei religiosi.

Oggi solo una piccola parte del vasto monastero (di proprietà del Fondo Edifici di Culto) è in uso ai Padri Agostiniani, infatti in esso sono ospitati uffici comunali e due scuole (che hanno anche in gestione il chiostro adibito a cortile sportivo). È presente un campanile, anch’esso non più usufruibile dal monastero. In una stanza al di sotto di esso visse la sua fanciullezza Giuseppe Marotta.

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