Riapre al pubblico il Museo del Novecento a Castel Sant’Elmo con l’esposizione di due presepi di artisti contemporanei. L’esposizione sottolinea l’importanza dell’arte presepiale già espressa con l’importante sezione presepiale alla Certosa e Museo di San Martino

In occasione della 17° Giornata del Contemporaneo, promossa ogni anno da AMACI – Associazione Musei d’Arte Contemporanea Italiani, ha riaperto al pubblico il Museo Novecento a Napoli sulla piazza d’armi di Castel Sant’Elmo. La riapertura del Museo del Novecento è stata anche l’occasione per inaugurare due presepi d’artista: Il Presepe geometrico di Lucio Del Pezzo, del 2013, e Il Presepe dono di Giuseppe Pirozzi del 2012.

I due presepi contemporanei fanno parte della collezione del Museo Internazionale del Presepio “Vanni Scheiwiller” . Il museo Scheiwiller allestito nel rione medievale Manca di Castronuovo Sant’Andrea (PZ), accoglie più di 250 presepi di tutto il mondo. Tutti i presepi della collezione sono legati alla tradizione artigianale dal XVII al XXI secolo, e 50 presepi eseguiti dal 1995 a oggi da noti artisti contemporanei. Tra i presepi degli artisti contemporanei troviamo anche i presepi di Lucio Del Pezzo, purtroppo scomparso nel 2020, e Giuseppe Pirozzi.

L’esposizione dei due presepi all’interno del Museo del Novecento sottolinea ancora una volta l’importanza dell’arte presepiale a Napoli, estendendo l’attenzione dai presepi classici già espressa con la vasta sezione dedicata al presepe nella Certosa e Museo di San Martino, a pochi passi da Castel Sant’Elmo.

L’iniziativa, condivisa con Giuseppe Appella, che ha ideato e promosso la realizzazione dei presepi contemporanei, si inserisce nel più ampio progetto che porta ogni anno i diversi presepi d’artista in basiliche e luoghi della cultura. Un itinerario, partito dal piccolo centro della Lucania interna, che ha toccato, nel corso degli anni, tutta Italia. Nel 2021 ha scelto come tappa anche il Museo Novecento a Napoli, che espone già opere dei due artisti napoletani e che, fin dalla sua nascita, si connota come museo in progress, rivolto non solo all’acquisizione di nuove opere d’arte e all’ampliamento dei suoi confini cronologici e tematici, ma anche a un confronto continuo con la storia del Novecento e con l’ampio e variegato panorama delle esperienze creative contemporanee.

Il Museo Novecento a Napoli dal 2010 raccoglie, espone e illustra, in un serrato percorso culturale, le opere e gli avvenimenti storico-artistici di Napoli in relazione con i movimenti e le poetiche di riferimento nazionale, in un punto simbolico della città, Castel Sant’Elmo, la cui vocazione al contemporaneo nasce nel 2003, anno dal quale entra a far parte dei musei associati AMACI.
Dal 2011 il rapporto con il contemporaneo si consolida anche grazie al concorso Un’Opera per il Castello, che trasforma il Castello in uno spazio di espressione per le giovani generazioni di artisti ma anche di riconoscimento per il pubblico e la critica, attraverso esperienze innovative e coinvolgenti per i visitatori.

La tradizione dell’arte presepiale napoletana raccolta alla Certosa di San Martino

Il Museo Nazionale di San Martino costituisce la principale raccolta pubblica italiana dedicata al ‘presepe napoletano’, tipica produzione che ha raggiunto i più alti vertici di qualità tra Sette e Ottocento. Attualmente posizionata dove un tempo c’erano le cucine dell’antica Certosa, la sezione presepiale ruota intorno al grandioso presepe Cuciniello.

L’imponente presepe prende nome da Michele Cuciniello che donò allo Stato la sua raccolta di circa ottocento tra ‘pastori’, animali e accessori, e che volle personalmente seguire la messa in scena ed il montaggio dell’intero presepe, inaugurato nel 1879.

Molto importante è anche il presepe Ricciardi, con un magnifico corteo di Orientali. Eccezionale è poi il lascito dell’avvocato Pasquale Perrone che nel 1971 affidò al Museo di San Martino la sua raccolta di ben 956 oggetti di grandissima qualità, taluni montati e tuttora racchiusi nelle caratteristiche vetrine, dette “scarabattoli” con le scene tipiche della Natività, dell’Osteria e dell’Annuncio ai Pastori.

A completamento della Sezione, recentemente sono stati inserite negli stessi ambienti le testimonianze di figure presepiali precedenti alla più nota produzione settecentesca, che mostrano l’evolversi nel tempo dell’arte di “fare il presepe”, con pezzi unici come la trecentesca Vergine puerpera in legno o le figure superstiti del grandioso presepe già nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara, opera quattrocentesca degli scultori Pietro e Giovanni Alamanno.

Il presepe “dono” di Giuseppe Pirozzi

Nel Presepe dono di Giuseppe Pirozzi (Napoli 1934), 36 formelle, tutte di cm 33×33, dispiegate sul tondo simile a una volta celeste rovesciata, con al centro, librate verso l’alto, le braccia aperte del Bambino, il volto estatico della Madonna e quello adorante di Giuseppe, apparecchiano doni, simboli, perle di saggezza, annunci, preghiere, inviti: Non temete, oggi nella città è nato il vostro Salvatore.

Quattro cartigli come attributo degli evangelisti, tre uccellini che becchettano, quasi si apprestassero a saltare nelle mani del Bambino o dovessero essere tenuti per una funicella, una stella caduta dalla corona della Madonna per indicare la via verso Betlemme, una pagnotta che restituisce il corpo del pargoletto sprofondato nella culla e il sacrificio che verrà, tre uova ad annunciare il principio creativo e la rinascita, sette libri aperti e chiusi a personificare le virtù e le Sacre Scritture, due melegrane a trasmettere la rigenerazione della terra dopo il ritorno alla vita, un melone, una pigna, una verza ad esprimere la fertilità, vasi, orci, anfore e brocche per mirra, unguenti, olio santo, manna e vino, cinque pesci a rivelare che saremo chiamati al battesimo (le lettere della parola greca che significava “pesce” non costituivano le iniziali dell’espressione “Gesù/Cristo/di Dio/il Figlio/Salvatore”?), le rovine dei templi smantellati per costruire una Nuova Gerusalemme, la navicella che conserva l’incenso per le quotidiane preghiere da far salire al cielo e, accanto, due barrette d’oro, la conchiglia come distintivo dell’artista pellegrino che affronta il mare per sciogliere un dubbio (le cose non sono come sembrano) e da uomo di buona volontà trova la pace nella gloria di Dio.

Pirozzi ha sintetizzato nel suo presepe secoli di iconografia e lunghe meditazioni, sottraendosi al brulicante coacervo del Presepe Cuciniello, cui ogni buon napoletano è costretto a fare riferimento, senza minimamente sacrificare, sul piano del linguaggio formale, i valori della rappresentazione. L’unico spettatore è lui, presente con la sua ombra ogni volta che ruota attorno al cerchio quasi dovesse offrire quanto ha modellato, anche i doni dei re Magi. 

In una veduta d’insieme, i dettagli narrativi, giustapposti come nel presepe napoletano, sono intercambiabili. Gli oggetti si posizionano per sostenere ed esaltare la triade che dall’alto socchiude gli occhi sulle nostre angosce quotidiane.
Nel silenzio, in un angolo, la colomba becchetta sulla creta la parola Speranza.

Il Presepe “geometrico” di Lucio Del Pezzo

Fra i tanti viaggi interiori compiuti da Lucio del Pezzo (Napoli 1933 – Milano 2020) per fermare in immagini, tra frammenti di spazio e cieli stellati, le diecimila cose del mondo raccolte nelle stanze della memoria, mancava un presepe che si addentrasse in un territorio di sua pertinenza e restituisse il sapore del Natale e le indimenticabili emozioni della sua infanzia. Sollecitato a farlo, prima l’ha disegnato, poi lo ha tradotto in ceramica, quindi in legno.

Intanto, non ha sostituito Napoli a Betlemme, non ha scavato nei magazzini di via San Gregorio Armeno e neppure si è fatto condizionare dalle icone del nostro secolo, da una sorta di fusione dada-pop dove popolare è inteso tutto in senso meridionale, tra manichini grotteschi e tavole del ricordo, non ha rinunciato al rito dell’analisi e del rigore, perciò ha tracciato linee e costruito forme all’insegna della geometria, prima di fare ha progettato per vedere, trasferendo nel taglio del legno, e nel colore depositatovi, tutto l’esercizio linguistico messo in atto nel corso di mezzo secolo.

Soprattutto: non ha perduto il gusto di un costante interrogarsi e interrogare i segni della realtà, di analizzare i simboli del grande mistero nello spazio fantastico, arcano ed enigmatico del presepe che racchiude, nei suoi ritmi segreti, la Famiglia dalla quale ripartire per uscire dal labirinto e ritrovare, guidati da ordine, misura, numero e chiarezza, l’abbecedario dei sentimenti perduti.

Il presepe è, dunque, il momento conclusivo di una storia di uomini, il racconto vissuto di una preparazione alla festa, il culmine di una rappresentazione che, sottratta a ogni complessità barocca, allo spirito satirico o al pittoresco del presepe napoletano, e affidata a suggestive relazioni geometriche (congruenze, angoli, segmenti, triangoli, rette parallele e perpendicolari, circonferenze, equivalenze e similitudini), raccoglie, in 10 personaggi, un’immagine dell’universo nella sua interezza e la grotta non costruita in cui, con stupore metafisico, è possibile ritrovare la nostalgia dell’antico, esaltare il sogno, ripercorrere il prodigio di una grande apparizione.

Maria in preghiera, Giuseppe inginocchiato, Gesù Bambino con le braccia spalancate, inseriti nella quinta scenografica del bue e dell’asino, evidenziano un gesto di intercessione, di adorazione e di attesa, i Re Magi vestiti come sacerdoti del mondo conosciuto nel tardo Medioevo (Europa, Africa e Asia) celebrano il rito dell’offerta portando al centro del petto gli scrigni che contengono i loro doni (omaggio alla regalità di Cristo, alla sua divinità e all’anticipazione della sua morte), i due pastori con i flauti ricavati da una canna cava e resi terminali della bocca, affidandosi a una consuetudine diffusa soprattutto nel Sud, allietano la Sacra Famiglia con la musica.

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