lunedì 2 Febbraio 2026
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Ercolano, il restauro come pratica del presente

Tra tutela, ricerca e manutenzione programmata, Ercolano sperimenta un nuovo modo di abitare il patrimonio archeologico

Il restauro a Ercolano rappresenta oggi uno dei modelli più avanzati di conservazione archeologica a livello internazionale. Ercolano è oggi uno dei luoghi più emblematici in cui l’archeologia smette di essere semplice racconto del passato per trasformarsi in pratica del presente. Non solo perché la città vesuviana restituisce come nessun altro sito romano la trama minuta della vita quotidiana, ma negli ultimi anni il restauro è diventato il vero motore di una nuova visione culturale, capace di coniugare tutela, ricerca e fruizione in un progetto unitario e consapevole.

Come sottolinea Corrado Piscopo, Funzionario Delegato della Direzione del Parco Archeologico di Ercolano, il cambiamento più profondo avvenuto di recente non riguarda tanto il singolo intervento quanto il metodo. Dopo decenni segnati da restauri episodici, spesso legati all’urgenza, Ercolano ha intrapreso un percorso radicalmente diverso, fondato su un sistema strutturato di manutenzione programmata. È un passaggio che segna una vera svolta culturale: il sito non viene più “riparato” quando il degrado diventa visibile, ma seguito, monitorato e curato in modo continuo, come un organismo vivo.

Questo modello, sviluppato attraverso una pianificazione su scala urbana e reso possibile anche dalla collaborazione ventennale con il Packard Humanities Institute, ha permesso al Parco, divenuto autonomo nel 2017, di affrontare in modo sistematico le criticità ereditate dal passato. Il risultato è sotto gli occhi dei visitatori: domus che tornano progressivamente accessibili, percorsi più leggibili, un’immagine complessiva del sito che restituisce non frammenti isolati, ma l’idea di una città coerente, stratificata e sorprendentemente attuale.

Il restauro archeologico a Ercolano: una visione a lungo termine

Corrado Piscopo spiega inoltre che la direzione intrapresa non guarda però soltanto al presente. La strategia del Parco è chiaramente orientata al medio e lungo periodo e punta a consolidare un modello sostenibile in cui progettazione, esecuzione e monitoraggio costituiscano un unico processo continuo. In questa prospettiva, il restauro diventa anche produzione di conoscenza, uno spazio in cui il sapere scientifico viene generato, condiviso e progressivamente restituito al pubblico.

L’obiettivo è rendere Ercolano un luogo sempre più fruibile e accessibile, capace di affrontare sfide ancora aperte, come la riapertura della Villa dei Papiri e la possibilità di rendere regolari le visite al Teatro Sotterraneo. Due spazi simbolici che incarnano la complessità e il potenziale ancora inespresso del sito e che, una volta pienamente accessibili, contribuiranno a rafforzare l’immagine di Ercolano come città antica restituita nella sua interezza.

Ercolano come laboratorio per lo studio dei materiali organici carbonizzati

Se Ercolano è un laboratorio, lo è soprattutto per lo studio dei materiali organici carbonizzati, un campo in cui il sito vesuviano rappresenta un unicum a livello mondiale. L’eruzione del 79 d.C. non distrusse semplicemente la città, ma la sigillò sotto una coltre piroclastica che, grazie a condizioni di anossia e temperature elevatissime, impedì la combustione del legno, provocandone una lenta carbonizzazione.

Così sono giunti fino a noi elementi architettonici, arredi domestici, oggetti legati alla vita quotidiana e alle attività marittime, conservati nella forma ma profondamente trasformati nella loro struttura interna. Questa condizione eccezionale, se da un lato ha permesso una conservazione senza precedenti, dall’altro ha reso i materiali estremamente fragili una volta riportati alla luce.

Dalla paraffina di Maiuri alla Green Conservation: l’evoluzione delle tecniche di restauro

Fin dagli inizi degli scavi, la conservazione di questi materiali ha posto problemi complessi. Già negli anni Venti del Novecento, sotto la direzione di Amedeo Maiuri, si sperimentava l’imbibizione in paraffina per consolidare i reperti lignei. Oggi, tuttavia, la rapidità del degrado e l’assenza di protocolli condivisi in letteratura rendono evidente la necessità di sviluppare nuove competenze direttamente sul campo.

Il Parco Archeologico di Ercolano continua quindi a collaborare con istituti e centri di ricerca internazionali, sperimentando materiali e metodologie innovative capaci di garantire stabilità e protezione senza compromettere l’autenticità dei reperti. Accanto ai legni carbonizzati, grande attenzione è riservata anche ai materiali lignei provenienti da contesti umidi o imbibiti d’acqua, per i quali si stanno sviluppando approcci ispirati alla cosiddetta Green Conservation, più sostenibili e sicuri sia per i reperti sia per gli operatori.

La credenza del Decumano Massimo: un esempio emblematico di restauro a Ercolano

In questo contesto si inserisce il recente ritorno alla luce, in senso non solo fisico ma anche culturale, della credenza proveniente dall’appartamento V,18 sul Decumano Massimo. Rinvenuto nel 1937 accanto alla Casa del Bicentenario, lo straordinario armadietto in legno carbonizzato conservava al suo interno coppe, bicchieri, brocche e pentole: un frammento intatto della vita domestica ercolanese.

Subito dopo la scoperta, in linea con il progetto di città-museo voluto da Maiuri, il mobile fu esposto in situ, protetto da una teca, affinché il visitatore potesse cogliere il legame diretto tra spazio, oggetto e gesto quotidiano. Per decenni, tuttavia, esigenze di tutela ne hanno imposto la chiusura in una cassa lignea, fino alla riapertura nel 2022 e all’avvio di un articolato percorso di studio e restauro realizzato in collaborazione con il Drents Museum di Assen, conclusosi nel 2023.

Restauro e valorizzazione: restituire la vita quotidiana dell’antica Ercolano

Il trasferimento all’Antiquarium del Parco Archeologico di Ercolano è stato un’operazione di estrema delicatezza, condotta da restauratori, archeologi e tecnici specializzati in una giornata interamente dedicata alla sicurezza del reperto. Oggi la credenza è collocata al piano ammezzato dell’Antiquarium, all’interno di un allestimento che ripropone fedelmente la disposizione originaria pensata da Maiuri.

Grazie alla documentazione di scavo, le stoviglie rinvenute nel 1937 sono state ricollocate sul mobile, restituendo al pubblico non solo un oggetto restaurato, ma un’immagine viva e sorprendentemente intima della vita di duemila anni fa. È in operazioni come questa che si coglie appieno la portata del lavoro svolto a Ercolano: qui il restauro non è mai un atto conclusivo, ma l’inizio di una nuova relazione tra il patrimonio e il presente.

Restauro archeologico a Ercolano: domande chiave e risposte essenziali

Che ruolo ha oggi il restauro archeologico a Ercolano?
Il restauro archeologico a Ercolano non è più un intervento occasionale, ma un processo continuo basato su manutenzione programmata, ricerca scientifica e monitoraggio costante. Questo approccio consente di preservare strutture, superfici decorate e materiali organici unici al mondo, garantendo al tempo stesso una fruizione consapevole del sito.

Perché Ercolano è un caso unico nella conservazione archeologica?
A differenza di altri siti vesuviani, Ercolano conserva una quantità straordinaria di materiali organici carbonizzati — legni, arredi e oggetti domestici — che richiedono metodologie di restauro altamente specializzate. Lo studio di questi reperti ha reso il sito un punto di riferimento internazionale per la conservazione dei materiali fragili.

Qual è il valore culturale di questi interventi?
Il restauro a Ercolano non mira solo a preservare gli oggetti, ma a ricostruire il rapporto tra spazio, funzione e vita quotidiana nell’antichità, trasformando il patrimonio archeologico in uno strumento attivo di conoscenza per il presente e per il futuro.

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