sabato 17 Gennaio 2026
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Il cippo di Sant’Antuono: il fuoco, la città e l’eredità di un santo antico

Rito del fuoco, devozione popolare e spazio urbano nella Napoli di Sant’Antonio Abate

Il cippo di Sant’Antuono è uno dei riti più antichi e simbolici della cultura napoletana, un gesto collettivo in cui il fuoco diventa linguaggio religioso, antropologico e urbano.

Ogni anno, nella notte sospesa tra il 16 e il 17 gennaio, Napoli rinnova uno dei suoi riti più arcaici e identitari: ’o cippo ’e Sant’Antuono, il grande falò dedicato a Sant’Antonio Abate. Non si tratta di una semplice celebrazione folklorica, né di un residuo pittoresco del passato, ma di un gesto carico di significati profondi, in cui si intrecciano religione, antropologia, cultura popolare e spazio urbano.

Il cippo è un atto collettivo che affida al fuoco il compito di purificare, proteggere e rigenerare, rivelando il modo tutto napoletano di abitare il tempo: non lineare, ma circolare, fatto di ritorni e trasformazioni. In questa notte rituale, Napoli si racconta a sé stessa attraverso uno dei suoi linguaggi più antichi, quello del fuoco, elemento primordiale che distrugge e insieme genera, che consuma e illumina.

Sant’Antonio Abate: il deserto, la prova, il fuoco

Sant’Antonio Abate nasce in Egitto intorno al 251 d.C. ed è considerato il padre del monachesimo cristiano. Ritiratosi nel deserto, scelse una vita di ascesi e di lotta spirituale, diventando simbolo di resistenza alle tentazioni e di dominio sull’istinto.

Le fonti agiografiche raccontano di visioni, prove estreme e assalti del male, spesso descritti con immagini di fiamme e incendi interiori. In questo senso, il fuoco assume una valenza ambivalente: è sofferenza e conoscenza, minaccia e purificazione.

Non è casuale che Sant’Antonio venga associato alla guarigione del cosiddetto fuoco sacro, l’ergotismo medievale, né che sia venerato come protettore degli animali domestici, spesso raffigurato con il maialino al seguito, simbolo di sopravvivenza, ciclicità e rapporto primario tra uomo e natura.

A Napoli, questa figura ascetica e severa viene tradotta nel linguaggio del popolo e diventa Sant’Antuono, un santo vicino, quasi domestico, capace di parlare la lingua della strada senza perdere la sua forza simbolica.

Il fuoco rubato agli inferi: mito e sapienza popolare

La tradizione popolare arricchisce la figura del santo con una leggenda potente: Sant’Antonio sarebbe sceso agli inferi per rubare il fuoco ai diavoli e donarlo agli uomini.

Grazie all’astuzia e all’aiuto del suo maialino, riuscì a nascondere la fiamma nel bastone di ferula, che arde all’interno senza mostrare il fuoco all’esterno. Una volta tornato sulla terra, alzò il bastone infuocato in segno di benedizione, regalando agli uomini il fuoco come strumento di vita e protezione.

Dietro il tono fiabesco, si cela una visione arcaica e profondissima: il fuoco non si possiede, si custodisce e si trasmette.

Il cippo: bruciare per ricominciare

È questo principio che anima il rito del cippo. Il cippo è una grande catasta di legna, spesso alimentata con oggetti vecchi e inutilizzati, che viene accesa come atto collettivo. Il fuoco non è spettacolo, ma rito: brucia ciò che è consumato per rendere possibile un nuovo inizio.

Nella cultura contadina e urbana napoletana, accendere un falò nel cuore dell’inverno significava esorcizzare il freddo, la paura e la carestia, invocando protezione e prosperità per l’anno appena iniziato. Attorno al cippo si raccoglie la comunità, senza una distinzione netta tra sacro e profano.

La preghiera convive con la socialità, la devozione con il racconto orale, la festa con il silenzio. La celebre invocazione popolare “Sant’Antuono, pigliate ’o viecchio e datece ’o nuovo” sintetizza il senso profondo del rito: affidare al fuoco ciò che è stato per immaginare ciò che verrà.

Via Foria e il Buvero ’e Sant’Antuono: il centro simbolico

Questa tradizione vive in luoghi precisi, che diventano veri e propri poli simbolici della città. Il fulcro storico e spirituale è la Chiesa di Sant’Antonio Abate a Foria, situata in un’area che i napoletani chiamano ancora oggi ’o buvero ’e Sant’Antuono.

Il termine buvero rimanda a un’antica via di penetrazione urbana, prossima a zone un tempo paludose, successivamente bonificate. Collocare qui la chiesa significa affidare al santo una funzione di presidio e protezione di uno spazio liminale, fragile, attraversato.

La Chiesa di Sant’Antonio Abate: cura, architettura, devozione

Le origini dell’edificio risalgono al XIII secolo, quando nacque come complesso religioso e ospedaliero destinato all’assistenza dei pellegrini e dei malati, in particolare di coloro che soffrivano del fuoco sacro. Ancora una volta, il legame tra Sant’Antonio, il fuoco e la cura si manifesta in modo concreto.

Nel corso dei secoli la chiesa è stata trasformata e ampliata, assumendo una fisionomia sobria, perfettamente integrata nel tessuto urbano, quasi a sottolineare la natura quotidiana e popolare della devozione. All’interno, lo spazio appare raccolto e stratificato, lontano da ogni monumentalità enfatica.

Gli interni della chiesa di Sant’Antonio Abate tra barocco e devozione popolare

All’interno, la chiesa di Sant’Antonio Abate conserva una struttura essenziale, frutto delle stratificazioni avvenute tra il tardo Medioevo e l’età moderna. L’impianto è a navata unica, scandita da cappelle laterali che si aprono come nicchie devozionali, espressione di una religiosità diffusa e familiare più che celebrativa. L’architettura non cerca l’effetto spettacolare: le proporzioni sono contenute, lo spazio è raccolto, quasi domestico, coerente con la funzione originaria di luogo di cura e accoglienza.

La decorazione interna riflette gli interventi seicenteschi e settecenteschi che hanno progressivamente aggiornato l’edificio secondo il gusto barocco napoletano, senza però snaturarne la sobrietà. Stucchi discreti, cornici modanate e altari laterali in marmi policromi accompagnano lo sguardo lungo la navata, creando una scansione ritmica che guida il fedele verso il presbiterio.

Qui, l’altare maggiore custodisce l’immagine di Sant’Antonio Abate, raffigurato secondo l’iconografia tradizionale: il saio monastico, il bastone a tau, il libro e il fuoco, simbolo del male vinto ma anche della malattia curata.

Particolarmente significativo è il patrimonio pittorico, frammentario ma eloquente. Sulle pareti e nelle cappelle sopravvivono affreschi e tele devozionali dedicati alla vita del santo e ai temi della guarigione, della protezione e della resistenza alla tentazione. Non si tratta di cicli monumentali, bensì di immagini pensate per una fruizione ravvicinata, destinate a essere toccate dallo sguardo e dalla preghiera quotidiana. La pittura, spesso popolare nell’impianto narrativo, dialoga con la tradizione colta del barocco napoletano, restituendo un equilibrio tra arte e funzione.

Una delle particolarità più suggestive della chiesa è il rapporto fisico con il culto: ex voto, piccole offerte, ceri e immagini votive testimoniano una continuità di frequentazione che attraversa i secoli. Qui la devozione non è mai astratta, ma radicata nel corpo e nell’esperienza concreta della sofferenza e della speranza di guarigione. Anche l’originaria vocazione ospedaliera del complesso riaffiora simbolicamente nella disposizione degli spazi, che favoriscono la sosta, l’attesa, l’incontro.

Nei giorni che precedono il 17 gennaio diventa punto di convergenza continuo per fedeli, famiglie, anziani, bambini e animali domestici portati per la benedizione. Durante la notte del cippo, la chiesa non è una semplice cornice, ma parte viva del rito: il fuoco che arde nelle strade dialoga idealmente con la preghiera custodita tra le sue mura.

Il rito nei quartieri: Borgo Sant’Antonio Abate, Forcella, Sanità

Accanto a Via Foria, la tradizione resta particolarmente viva nel Borgo Sant’Antonio Abate, parte del quartiere San Lorenzo-Vicaria, dove la trama urbana antica, fatta di cortili, botteghe e slarghi improvvisi, accoglie il rito in una dimensione quasi domestica. Nei quartieri popolari di Forcella e del Rione Sanità, il cippo conserva ancora oggi una forte partecipazione collettiva: bancarelle, venditori ambulanti, processioni spontanee e incontri notturni restituiscono al rito il suo carattere originario di festa comunitaria, in cui il sacro e il quotidiano continuano a convivere.

Tradizione e contemporaneità: un fuoco che resiste

Nel contesto urbano contemporaneo, il cippo vive una tensione costante tra memoria e regolamentazione, tra esigenze di sicurezza e bisogno di ritualità. Eppure, nonostante divieti, trasformazioni e adattamenti, la tradizione non si è mai estinta. Napoli è una città che non vive il tempo come successione lineare, ma come ritorno carico di senso. Ciò che si ripete non è mai identico, ma porta con sé la forza della continuità. Il cippo di Sant’Antuono non è nostalgia, ma resistenza culturale.

Il santo, gli animali e la comunità

Ma il 17 gennaio restituisce soprattutto con particolare evidenza uno degli aspetti più antichi e al tempo stesso più vitali del culto di Sant’Antonio Abate: il suo legame con il mondo animale. Secondo una tradizione diffusa e ancora oggi profondamente sentita, il santo è protettore degli animali domestici e da lavoro, compagni silenziosi della vita quotidiana e, per secoli, risorsa indispensabile per la sopravvivenza delle comunità. A Napoli, questa devozione si traduce in un gesto semplice ma altamente simbolico: portare i propri animali davanti alla chiesa per ricevere la benedizione.

Nei giorni e soprattutto nelle ore che precedono il 17 gennaio, il sagrato e gli spazi attorno alla chiesa si animano di una presenza eterogenea e affettuosa: cani e gatti, ma anche uccelli, conigli e talvolta animali più insoliti, accompagnati da famiglie, anziani, bambini. La scena, apparentemente informale, rivela in realtà una continuità profonda con il passato, quando il rapporto tra uomini e animali era diretto, quotidiano, segnato dal lavoro e dalla necessità. La benedizione diventa così un atto di cura estesa, che non riguarda solo l’essere umano ma l’intero microcosmo domestico che lo circonda.

In questo rito collettivo, la chiesa di Sant’Antonio Abate si conferma ancora una volta come luogo di mediazione tra sacro e vita vissuta. L’animale, spesso escluso dai discorsi ufficiali sulla spiritualità, rientra qui come presenza legittima, riconosciuta e protetta. La fede si manifesta attraverso un gesto concreto, accessibile, che non richiede spiegazioni teologiche ma si fonda sull’esperienza condivisa dell’affetto e della responsabilità. È forse in questa dimensione inclusiva e popolare che il culto del santo trova la sua forza più duratura: nel riconoscere valore a ciò che vive accanto all’uomo, nel dare forma rituale a un legame che attraversa i secoli e continua a rinnovarsi, ogni anno, davanti alle porte della chiesa.

Il fuoco che nutre: dal santo alla pizza

Non è un caso che Sant’Antonio Abate sia considerato anche protettore dei fornai e dei forni, custode simbolico di quel fuoco che può distruggere ma anche nutrire. Da questa antica associazione, profondamente radicata nella cultura napoletana, nasce una coincidenza significativa: il 17 gennaio è oggi celebrato come Giornata mondiale della pizza. Un cibo popolare per eccellenza, figlio del forno e della fiamma, che diventa emblema di una tradizione laica capace di dialogare con il sacro senza contraddirlo.

Ancora una volta, la figura del santo si colloca in una zona di confine feconda, dove la fede non si oppone alla vita quotidiana ma la attraversa, la scalda, la rende condivisa. Il fuoco di Sant’Antonio, temuto come malattia e venerato come strumento di purificazione, si trasforma così nel calore del forno, nel gesto ripetuto del pizzaiolo, nel rito contemporaneo di una pizza consumata insieme. In questa sovrapposizione di significati religiosi, simbolici, sociali, Napoli continua a raccontare se stessa: una città in cui il sacro non è mai distante dal profano, ma si intreccia alle pratiche collettive, ai mestieri, ai sapori, conservando intatta la propria capacità di generare senso, comunità e memoria.

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