giovedì 19 Febbraio 2026
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Il Santuario di Montevergine: racconto di un luogo, di un cammino, di un percorso fisico e spirituale

Dalle origini medievali alla “Mamma Schiavona”: guida completa al complesso monumentale, alla Basilica e al Museo Abbaziale.

Indice dei Contenuti

Il Santuario di Montevergine, incastonato tra le vette del Partenio, rappresenta uno dei poli spirituali più significativi del Mezzogiorno d’Italia, un luogo dove la storia dell’arte angioina si fonde con una devozione popolare millenaria.

La storia del Santuario di Montevergine nasce da un cammino umano prima ancora che da un edificio. È il cammino di Guglielmo da Vercelli, nato intorno al 1085 in una famiglia nobile del Piemonte, lontano geograficamente e culturalmente da quel Mezzogiorno che avrebbe finito per segnare in modo definitivo la sua vita. Come accadde a San Francesco, anche per Guglielmo la nobiltà d’origine non fu un punto di arrivo, ma qualcosa da lasciare alle spalle.

Ancora adolescente, scelse la via del pellegrinaggio penitenziale. A piedi nudi, vestito di una semplice mantella, si mise in cammino verso Santiago di Compostela, attraversando l’Europa per anni, vivendo di poco, parlando di Dio con chiunque incontrasse, consumando il corpo in una pratica ascetica estrema. La sua era una spiritualità fatta di rinuncia concreta: cibo essenziale, riposo scarso, preghiera continua. I segni del viaggio erano impressi sulla carne, sui piedi feriti, sul corpo mortificato da cerchi di ferro portati come strumento di penitenza.

Tornato dalla Spagna, Guglielmo riprese a percorrere l’Italia, visitando chiese e santuari, animato dal desiderio di raggiungere Gerusalemme. Un’aggressione subita nei pressi di Oria, che lo lasciò quasi morente, mutò però radicalmente il senso del suo cammino. In quell’evento egli riconobbe un segno della Provvidenza. Durante la convalescenza si confrontò a lungo con San Giovanni da Matera, fino a maturare la convinzione che la sua missione non fosse oltremare, ma in Italia. Una visione mistica gli annunciò la fondazione della futura Congregazione verginiana. Da quel momento, voltate le spalle al mare, Guglielmo scelse l’eremitaggio e la montagna.

Montevergine nasce così: da una scelta di solitudine che, paradossalmente, avrebbe attirato nei secoli folle di pellegrini.

L’accesso al Santuario e l’atrio della Basilica Antica

L’accesso al santuario avviene attraverso l’atrio della Basilica Antica, introdotto dal grande cancello in ferro battuto realizzato nel 1885 dalla fonderia De Lamorte di Napoli su disegno dell’ingegnere Felice Treicher. Lo stile gotico del cancello dialoga volutamente con il portale medievale della chiesa.

Nell’atrio, le lapidi marmoree in latino non sono semplici iscrizioni commemorative, ma veri documenti storici: raccontano la tradizione del santuario così come veniva tramandata nel Settecento, l’omaggio dei Padri Cassinesi a Papa Leone XIII, i pellegrinaggi di Francesco I, il ripristino della diocesi sotto Ferdinando IV, la visita di Vittorio Emanuele III nel 1936 e le frequenti presenze di Umberto di Savoia. È una memoria scolpita, che lega Montevergine al potere civile e religioso.

Architettura e arte nella Basilica Nuova di Montevergine

La Basilica Nuova, progettata dall’architetto romano Florestano Di Fausto e aperta al culto nel 1961, accoglie il visitatore in uno spazio ampio, scandito da tre navate, dove lo stile romanico viene reinterpretato in chiave moderna. In fondo alla navata centrale, sotto il tiburio, si apre il presbiterio, affiancato in alto dai matronei e dominato dalla presenza del grande organo. Al di sotto, il coro ligneo moderno, realizzato in noce e radica di olivo, introduce un tono di sobria essenzialità.

Il Trono monumentale e le opere contemporanee

Addossato alla parete di fondo si innalza il Trono monumentale, un complesso scenografico di grande impatto, composto da marmi policromi antichi e moderni, statue e bassorilievi in bronzo, su fondo musivo monocromo, opera dell’artista J. Hainal. In questo stesso spazio, dove fino al 2012 era collocata la celebre Maestà di Montevergine, oggi si trova l’opera contemporanea raffigurante la Pentecoste, realizzata nel 2022 dal maestro Piero Casentini, che rinnova il dialogo tra arte sacra e contemporaneità.

Sull’altare maggiore si ammirano le tarsie napoletane, raffinate per disegno e materiali, impreziosite da inserti di agata, madreperla e lapislazzuli. Sulla parete sovrastante campeggia la statua a grandezza naturale della Madonna delle Grazie, affiancata da San Guglielmo e San Benedetto. Ai lati dell’altare, due angeli in bronzo, collocati nel 1888 in sostituzione degli originali lignei, sono colti nel gesto di sostenere i candelieri, introducendo una dimensione dinamica e liturgica.

Il portale gotico angioino e la Basilica Antica

Attraverso il portale gotico angioino della fine del XIII secolo, in marmo bianco e a sesto acuto, voluto dalla casa regnante d’Angiò di Napoli, si accede alla Basilica Antica. Nel timpano del portale si conserva il grande affresco raffigurante la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e sulla Vergine, memoria della consacrazione della prima chiesa di Montevergine, avvenuta nel giorno di Pentecoste del 1182. La massiccia porta lignea in pino è ritenuta quella originale della chiesa medievale.

Il Coro ligneo e la tradizione musicale

Alle spalle dell’altare maggiore si trova il magnifico coro ligneo del 1573, realizzato dalla bottega di Benvenuto Tortelli. L’opera, disposta su due ordini di seggi, è ricca di dettagli scultorei: colonnine finemente intagliate, putti adagiati sui braccioli, figure angeliche che emergono con discrezione, fino all’angelo con l’aspersorio scolpito sotto l’inginocchiatoio centrale. È un esempio alto di scultura lignea rinascimentale applicata allo spazio liturgico.

La tradizione musicale del santuario è testimoniata dall’organo storico della Basilica Antica, costruito nel 1896 dalla ditta Zeno Fedeli di Foligno, con prospetto dorato su disegno dell’architetto Vincenzo Benvenuti e dorature eseguite dall’architetto Paragallo. A questo si affianca l’organo della Basilica Nuova, realizzato nel 1982 dalla ditta Mascioni.

Le Cappelle monumentali: dal Santissimo alla Madonna di Montevergine

Nella navata destra si incontra la Cappella del Santissimo, dominata dall’elegante baldacchino romanico-cosmatesco del XIII secolo, probabilmente donato da Maria d’Ungheria, moglie di Carlo d’Angiò, o dal figlio Carlo Martello. Le colonne cosmatesche poggiano su leoni marmorei; sugli architravi compaiono piccole statue angeliche che sorreggono il turibolo e l’aspersorio. I motivi araldici con le barre bianche in campo rosso richiamano l’antico stemma ungherese. Al di sotto, la custodia quattrocentesca di Luigi III De Capua presenta angeli scolpiti che accompagnano visivamente il tabernacolo.

Mamma Schiavona: il cuore del Santuario

Dalla chiusura della navata destra fu ricavata la Cappella della Madonna, edificata nel XIII secolo da Filippo di Taranto. Qui era custodita e si conserva tuttora la celebre immagine della Vergine: una pittura su tavola lignea della fine del Duecento, realizzata su assi di pino, comunemente attribuita a Montano d’Arezzo, pittore della corte angioina. La Madonna di Montevergine, detta affettuosamente dai fedeli “Mamma Schiavona”, è il cuore pulsante del santuario: non un semplice oggetto da ammirare, ma una presenza che continua a parlare, da secoli, a chi sale fin quassù in cerca di conforto.

L’immagine, con il suo volto sereno e la maestà composta, trasmette una devozione antica e profonda, e la sua stessa collocazione nella cappella è un invito al silenzio e alla contemplazione. L’opera è affiancata da colonne marmoree e incorniciata da un altare in commesso napoletano del 1628, al cui centro è collocata una replica dell’immagine, perché la venerazione possa continuare senza mettere a rischio l’originale. In questa cappella, l’arte si fa testimonianza e la devozione diventa storia: la Madonna di Montevergine è, per il santuario, ciò che la parola è per un testo sacro, il punto di arrivo di un cammino iniziato molti secoli prima.

Quadro della Madonna di Montevergine detta Mamma Schiavona, pittura su tavola del XIII secolo

Cicli pittorici e monumenti funebri: l’impronta di Vincenzo Volpe

Sulla parete destra del presbiterio si trova la tela di Vincenzo Volpe, raffigurante L’Apparizione del Salvatore a San Guglielmo. Nella parte superiore della stessa parete compaiono le raffigurazioni di San Bernardo di Chiaravalle, Sant’Ildefonso di Toledo, San Pier Damiani e Sant’Anselmo d’Aosta. Sotto la volta della navata, sempre opera del Volpe, si susseguono gli affreschi dell’Assunta, dell’Immacolata e di Maria Bambina, mentre sul coro campeggia la grande tela della Natività del Signore.

Sulla parete destra si erge il solenne monumento funebre a Ludovico d’Angiò, re di Napoli, a sua madre Caterina II di Valois e alla sorella Maria, testimonianza del legame tra Montevergine e la dinastia angioina. In una nicchia marmorea sono custodite le spoglie dell’abate Guglielmo De Cesare. Due lapidi sulla facciata del coro ricordano la leggenda della testa della Vergine e i restauri ottocenteschi della cappella.

La Cappella della Schiodazione e la Cappella del Torrione

Nella Cappella della Schiodazione, che prende il nome dalla copia seicentesca della celebre tela del Rubens, oggi sostituita da una copia ottocentesca di Serbucci, si trovano i monumenti funebri a Fabio De Lagonissa e a Caterina De Lagonissa, con statue a grandezza naturale e lapidi che ne narrano la vita.

Il percorso conduce infine alla Cappella del Torrione, così denominata per la sua forma. La facciata, disegnata dall’ingegnere Carmine Biancardi alla fine dell’Ottocento, introduce a uno spazio raccolto, dominato dall’altare con il mezzo busto del Redentore, realizzato nel 1899.

La Cripta di San Guglielmo e la Sala degli ex voto

Sotto il complesso si estende la Cripta di San Guglielmo, consacrata nel 1963. Qui l’altare maggiore è dedicato al Santo fondatore, le cui spoglie furono a lungo custodite in un’urna oggi traslata nella Basilica Cattedrale. Lungo le navate si susseguono altari dedicati a coppie di santi, mentre sulle pareti sono collocate le reliquie del Santuario di Montevergine, custodite in urne.

Accanto alla cripta si trova la Sala degli ex voto, dove sono raccolte le testimonianze di grazie ricevute, un tempo collocate direttamente sull’immagine della Madonna. In fondo alla sala è conservata l’urna con il corpo di Giulio, oggetto di una devozione popolare non ufficialmente riconosciuta, ma profondamente radicata nella tradizione dei fedeli.

Il Museo Abbaziale di Montevergine: un viaggio nella memoria

Il Museo Abbaziale nasce dalla necessità di custodire e raccontare una memoria dispersa, frammentata da eventi traumatici e poi ricomposta con cura. L’idea di un luogo dedicato alle opere d’arte e ai reperti di Montevergine si impose già nel Seicento, dopo l’incendio della foresteria nel 1611 e il crollo della navata centrale nel 1629: in quelle circostanze, i monaci recuperarono pezzi di architettura, sculture, tavolette votive e scene di presepio che, in fase di ricostruzione, non trovarono più spazio nella chiesa.

Fu l’abate Iacuzio, nel 1764, a pensare di catalogare e disporre questi reperti nel corridoio attiguo al cortile dei Corvi, dando vita a una prima forma di museo. Tuttavia, nel secolo delle soppressioni, questa raccolta fu smembrata e molti oggetti finirono dispersi negli scantinati del monastero.

Il ritorno dell’attenzione per le memorie del passato e il sostegno scientifico ed economico del Ministero nel secondo dopoguerra permisero di riaprire il discorso sul Museo. Esso venne inaugurato al pubblico nel settembre del 1968, ma fu solo a partire dal 2000, in occasione del grande Giubileo, che si giunse a una sistemazione definitiva delle sale museali, con un allestimento capace di restituire il senso storico e spirituale delle collezioni.

Il percorso museale si sviluppa in aree tematiche, ciascuna capace di raccontare un aspetto diverso del santuario: dalla pittura e dalle icone, fino ai paramenti sacri, ai reperti marmorei e alle testimonianze della fede popolare.

La prima sezione accoglie dipinti, icone e reperti lignei. Tra le opere più significative emergono quadri di grande rilievo, attribuiti o collegati a importanti scuole artistiche: il “San Francesco in estasi” attribuito a Guido Reni, “Il perdono di Giuseppe” della scuola di Paolo Veronese, e una serie di dipinti che testimoniano la vitalità del Barocco napoletano, con nomi come Luca Giordano, Mattia Preti, Pacecco De Rosa e Andrea Vaccaro.

Di particolare interesse è la “Salomè”, copia da Caravaggio attribuita a Battistello Caracciolo, che testimonia la fortuna del caravaggismo nel Sud Italia. La collezione di icone orientali, insieme a tavole medievali come la “Madonna in maestà” (scuola senese, XIV secolo) e l’ex voto di Margherita di Savoia (XV secolo), arricchisce la dimensione spirituale del museo.

La Madonna del Latte e i tesori liturgici

Al centro di questa sezione si trova un vero e proprio tesoro storico e devozionale: la Madonna del Latte, o Madonna Lactans, una preziosa tavola del XII–XIII secolo. Considerata la prima vera effigie mariana venerata da San Guglielmo da Vercelli, raffigura Maria nell’atto di allattare il Bambino Gesù, fondendo la solennità regale con una tenerezza immediata e umana. Dipinta in stile tardo bizantino, l’icona mostra la Vergine con il seno scoperto per nutrire il Bambino, esprimendo un equilibrio unico tra divinità e maternità.

Questa immagine rappresenta un “miracolo quotidiano” e un simbolo di protezione materna, particolarmente caro ai fedeli, e costituisce un importante punto di riferimento per la devozione popolare. Pur distinta dalla più grande e celebre “Mamma Schiavona”, icona principale del santuario, la Madonna Lactans condivide con essa un legame profondo con il popolo irpino e i pellegrini che salgono a Montevergine.

Nel gennaio 2024, l’icona è stata esposta in Vaticano accanto a Papa Francesco durante la Messa per la 57ª Giornata Mondiale della Pace, divenendo un simbolo di pace e di contrasto alla violenza sulle donne. Il Pontefice, rivolgendosi ai circa 7.000 fedeli presenti, ha sottolineato l’importanza di accogliere e valorizzare il dono della donna nella società, indicandola come modello per la pace e la cura reciproca.

La seconda area è dedicata ai paramenti sacri e agli oggetti liturgici: mitrie, pianete, piviali, dalmatiche e altri tessuti ecclesiastici che raccontano il rito e la solennità della liturgia. Tra gli oggetti più preziosi si segnalano la croce astile (XV secolo) e calici di manifattura siciliana e napoletana, ma anche calici appartenuti a pontefici come Leone XIII e San Pio X, arricchiti da pietre preziose. Un capitolo a parte è costituito dagli ornamenti e dai gioielli della Madonna di Montevergine: un vero tesoro di donazioni che, fino al 1960, arricchiva l’icona durante la devozione quotidiana, prima che il restauro la privasse dei suoi preziosi per motivi di conservazione.

Antica icona bizantina della Madonna del Latte custodita nel Museo Abbaziale di Montevergine

Reperti archeologici e la mostra permanente dei presepi

La terza area ospita reperti marmorei di epoca medievale e antica. La sezione medievale conserva elementi appartenuti alla chiesa gotica precedente la trasformazione seicentesca: figure tombali dei Lagonissa, il sarcofago Lautrec e sculture attribuite alla bottega di Tino da Camaino, legate alle vicende dei signori angioini, che si iscrissero alla confraternita di Santa Maria di Montevergine e chiesero di essere sepolti nel santuario.

Particolare attenzione meritano i pulvini romanici (XII secolo) con figure in bassorilievo. La sezione antica, invece, presenta reperti di epoca romana (II–III secolo), tra cui spicca il sarcofago strigilato con protomi leonine e teste di Gorgone in alto rilievo, oltre a frammenti con scene come l’Amazzonomachia e reperti fittili di età ellenistica, come ceramiche a vernice nera.

In una stanzetta a parte è custodita la celebre pietra nota come “impronta della Madonna”, legata alle tradizioni dei pellegrinaggi a Montevergine. Questo oggetto introduce il visitatore alla quarta area del museo, inaugurata nel 2006 e dedicata all’arte e alle tradizioni popolari. Qui si trovano oggetti legati alla fede popolare e alla storia dei pellegrinaggi, insieme a fotografie e materiali che documentano eventi significativi del santuario. È in questi ambienti che si ritrova il celebre pozzo, da cui sgorga l’acqua sorgiva nel punto in cui, secondo la tradizione, San Guglielmo si fermò, stremato, durante il viaggio nel XII secolo; è qui che il santo avrebbe iniziato la costruzione della chiesa dedicata alla Madonna di Montevergine.

All’interno del museo, la mostra permanente dei presepi è una delle sue sezioni più suggestive. La raccolta, progressivamente arricchita negli anni, offre una delle collezioni più significative in Italia, con esempi di presepi regionali italiani e riproduzioni da diverse nazioni. Le sale, disposte come un percorso di contemplazione, permettono di scoprire la varietà delle tradizioni presepiali, dalla notte di Greccio alle rappresentazioni regionali e internazionali, fino a composizioni con effetti di luce e paesaggi dettagliati. L’insieme, arricchito da centinaia di piccoli presepi, rende la mostra un’esperienza unica, capace di evocare la fede popolare e la capacità dell’arte di raccontare la nascita del Cristo attraverso culture e linguaggi diversi.

FAQ – Domande frequenti sul Santuario di Montevergine

Chi ha fondato il Santuario di Montevergine?

Il Santuario è stato fondato da San Guglielmo da Vercelli nel XII secolo, a seguito di una visione mistica e di una scelta di vita eremitica sulle montagne del Partenio.

Perché la Madonna di Montevergine è chiamata “Mamma Schiavona”?

È chiamata affettuosamente così dai fedeli per il colore bruno del volto dell’icona. È considerata la protettrice degli ultimi e dei marginalizzati, simbolo di accoglienza universale.

Cosa vedere nel Museo Abbaziale di Montevergine?

Il museo ospita la celebre icona della Madonna Lactans, dipinti di scuola caravaggesca e barocca (Luca Giordano, Mattia Preti), paramenti sacri preziosi, reperti di epoca romana e una vasta mostra permanente di presepi dal mondo.

Qual è il legame tra gli Angiò e Montevergine?

La dinastia angioina di Napoli fu tra i maggiori finanziatori del santuario. A loro si devono il portale gotico della Basilica Antica e numerosi monumenti funebri reali custoditi all’interno del complesso.

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