Pulcinella una delle maschere napoletane più famose

A Carnevale ogni “Maschera” vale: ecco le maschere napoletane più famose.

Le Maschere napoletane si presentano, con un preciso aspetto che ne caratterizza indirettamente il ruolo. La più famosa nel panorama partenopeo è senza dubbio Pulcinella, la cui popolarità rimane invariata da diversi secoli.

Il Carnevale tradizionale affonda le proprie radici in un patrimonio ampio, fatto di riti e tradizioni, soprattutto in una città culturalmente ricca come Napoli.

Le maschere e sfilate odierne, sono prive dei contenuti rituali e metaforici che lo hanno identificato nel corso della storia. Eppure, questa festività ha tra i suoi antenati le famose Dionisiache greche o i Saturnali romani, celebrazioni in cui si scioglievano momentaneamente gli ordini sociali e le gerarchie, per lasciar spazio allo scherzo e alla dissolutezza.

Il termine Carnevale deriverebbe, anche se è ancora oggetto di discussione, dal latino carnem levare, con cui la chiesa prescriveva l’estensione alla carne dal primo giorno di Quaresima.

Festa di eccessi e sregolatezza, dunque, al quale solo a partire dall’età rinascimentale, verrà associato l’elemento iconografico più caratterizzante nel corso dei secoli successivi: la maschera!

Le Maschere napoletane e la Commedia dell’Arte

La sua diffusione della maschera è legata alla nascita della Commedia dell’Arte, un nuovo modo di fare teatro che introduce l’improvvisazione degli attori e l’adozione del linguaggio dialettale più vicino alle realtà popolari.

È da questa deviazione linguistica che le Maschere napoletane traggono maggior successo: gli attori a Napoli accompagnano la parlata a movenze eccessive e caricaturali. Persino Apollonio, citando questi ultimi, li descrisse come dotati “di una buffoneria più fresca e gioiosa” rispetto ai comici di altre regioni.

La Commedia dell’Arte ha segnato la nascita del personaggio-costume grazie al contributo della maschera: una novità sensazionale nel panorama teatrale del tempo.
Erano i comici stessi a caratterizzare i personaggi in cui si identificavano, stabilendo ruoli e posizione sociale. Nel frattempo iniziavano a tener conto di un aspetto che, a partire dal ‘700, sarebbe diventato tra i più importanti per la caratterizzazione del personaggio: il costume.

Non tutti i personaggi tradizionali nella Commedia dell’Arte, infatti, indossavano una vera e propria maschera per coprire il viso: spesso era l’abito a veicolare il messaggio e il ruolo del comico.

Delle Maschere napoletane la più famosa è senza dubbio quella di Pulcinella

Le principali Maschere napoletane si presentano, dunque, con un preciso aspetto che ne caratterizza indirettamente il ruolo. La più famosa nel panorama partenopeo è senza dubbio Pulcinella, la cui popolarità rimane invariata da diversi secoli. È stata inventata ufficialmente dall’attore Silvio Fiorillo nei primi decenni del Seicento. Egli incarna l’essenza della città e dello spirito del popolo che, cosciente dei problemi in cui si trova, riesce sempre ad uscirne con ironia. 

Nel corso degli anni ha subito diverse modifiche del nome e dell’aspetto: la tradizionale maschera che copre la metà superiore del viso è stata rappresentatata sia in bianco che in nero. L’aspetto del Pulcinella che conosciamo oggi è quello dei disegni di Ghezzi, dove è rappresentato con la maschera nera e il naso lungo e adunco. Il costume è quello che per anni indossò il più longevo e prolifico attore di farse pulcinellesche: Antonio Petito. Si tratta di una camicia bianca e una pantalone abbastanza larghi da accentuare tutte le movenze del personaggio. Completa l’aspetto un cappello di stoffa bianca.

Giudice, notaio, farmacista, avvocato e consigliere di corte: la maschera di Tartaglia

Tartaglia, un vecchio presuntuoso e invadente, è insieme a Pulcinella una delle maschere più famose nel panorama partenopeo. Storpia perennemente le parole a causa della balbuzie, caratteristica che ha dato il nome al suo personaggio. Grasso, goffo e perfino sordo, ha interpretato diversi ruoli nella tradizione della Commedia dell’Arte: è giudice, notaio, farmacista, avvocato e consigliere di corte. Altra caratteristica da citare è il suo debole per le donne, di cui si innamora facilmente.

Il suo vestito è verde con larghe strisce gialle, abbinato ad un mantello rifinito con gli stessi toni. Porta un collare bianco e occhiali verdi molto appariscenti a causa della miopia. Completano il costume una maschera scura e un cappello grigio.

Scaramuccia, un’altra maschera napoletana, si presenta con calzoni attillati fin sotto il ginocchio, indumento tipico dell’epoca.

Una giubba corta a righe nere e grigie scure chiusa da una cinta e coperta da un mantello nero abbinato ad un cappellaccio piumato. Infine, come da tradizione, indossa una maschera con un enorme naso. Scaramuccia, inoltre, è solito ostentare beffardamente un fallo di cuoio. Anche il carattere conferma l’aspetto osceno: donnaiolo, sbruffone e chiassoso.

Incarna un personaggio tipico napoletano, buffone e scherzoso, ma che finisce sempre per prendere le botte. Il suo nome significa, appunto, “battibecco”. Scaramuccia deve la sua notorietà e il suo nome all’attore che per lungo tempo ne indossò la maschera, Tiberio Fiorilli, grazie al quale la Maschera godette di grande successo presso il pubblico francese: diventò “Scaramouche”.

Giangurgolo una maschera dalle origini incerte

Giangurgolo nonostante sia considerata calabrese, fonti letterarie sulle rappresentazioni di Giangurgolo dicono che essa sarebbe nata a Napoli. Il termine “Gurgolo” incluso nel suo nome, vuol dire “bocca larga” e indica una delle caratteristiche principali del personaggio: la spavalderia.

Gli atteggiamenti e il linguaggio mostrano un tipico signorotto ricco e gradasso, che esige rispetto senza darne in cambio. Di contro, assume atteggiamenti di riverenza e sottomissione con coloro che rappresentano per lui un pericolo. Con le donne sceglie l’approccio più semplice, facendo sfoggio di una erudizione artificiosa, finendo però sempre deriso.

Giangurgolo, secondo la tradizione, indossa una maschera rossa con un enorme naso e sul capo un cappello a forma di cono. Indossa un colletto alla spagnola arricciato e un corpetto a righe rosse e gialle, particolare significativo che riproduce i colori d’Aragona. Calzoni rossi e gialli fin sotto il ginocchio abbinati alle calze ed un cinturone al quale è appesa una lunga spada che unsa solo per intimidire i più deboli. Le maschere napoletane dunque, rappresentano la volontà di mettere in ridicolo i dominatori aragonesi e spagnoli.

Giangurgolo è una maschera dalle origini incerte

Meno diffuse di quelle maschili, le maschere napoletane femminili godono anch’esse di popolarità.

Zeza, diminutivo di Lucrezia, è protagonista dell’omonima scenetta in compagnia del marito Pulcinella. Ricca di doppi sensi, battute oscene, propone lo scontro tra due generazioni: i vecchi (i genitori) e i giovani (i figli), uno scontro che nel periodo ottocentesco e novecentesco godrà di maggior successo nel repertorio teatrale comico napoletano.

Col successo di questi personaggi, nel tempo, le maschere tradizionali sono diventate forme di “travestimento in maschera” come affermato da Vincenzo M. Spera. In alcuni casi, dice, “le maschere hanno mutato il senso rituale e cerimoniale, ormai anacronistico in una realtà sempre più laicizzata”.

La Maschera, dunque, resta un patrimonio da difendere per elaborare la propria identità e non solo come strumento di richiamo turistico.