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La Candelora: il rito della luce tra sacro, pagano e memoria popolare

A Napoli e in Campania, la Candelora segna una soglia: tra luce che ritorna, riti arcaici, devozione popolare e memoria del corpo.

La Candelora a Napoli è uno dei riti più profondi della tradizione popolare, un momento di passaggio in cui sacro e pagano si intrecciano nella memoria collettiva.

“Quanno arriva ’a Candelora,
d’ ’a vernata simmo fora;
ma si chiove o ména viento,
quaranta juorne ’e mal tiempo.”

Questo proverbio, diffusissimo nella tradizione orale napoletana, non è una semplice previsione meteorologica. È una formula di soglia, un modo arcaico di nominare il tempo che cambia. La Candelora segna infatti il punto mediano dell’inverno: non la sua fine certa, ma il momento in cui la luce torna a essere misurabile, percepibile, “contabile” nei giorni che si allungano.

Nel detto convivono due possibilità opposte, come in ogni rito liminale. Se il sole accompagna la Candelora, l’inverno ha già ceduto il passo: la luce ha vinto, anche se il freddo non è ancora scomparso. Se invece pioggia e vento dominano la giornata, l’inverno reclama il suo diritto a durare ancora quaranta giorni, numero simbolico per eccellenza, legato all’attesa, alla prova, alla trasformazione. I classici quaranta giorni, quelli del diluvio, del deserto, della quaresima.

Non si tratta, dunque, di credere o meno alla sua “esattezza”. Il proverbio funziona come strumento culturale, non come bollettino. Serve a orientare la comunità nel tempo, a dare un senso condiviso all’incertezza stagionale. Nomina l’instabilità, la riconosce, la rende sopportabile.

A Napoli, dove il tempo non è mai solo cronologico ma sempre emotivo, corporeo, rituale, questo detto diventa una chiave di lettura dell’inverno stesso: non un blocco compatto, ma una materia che si può incrinare, negoziare, attraversare. La Candelora non promette la primavera. Promette soltanto che la luce ha ricominciato a farsi sentire. E tanto basta.

Quindi la Candelora a Napoli non è mai soltanto una data liturgica. È una soglia. Un passaggio di luce. Un respiro antico che attraversa chiese, cucine, montagne sacre e tamburi tesi come pelli di memoria.

E’ una data cara alla religione poichè il 2 febbraio, giorno della Presentazione di Gesù al Tempio e della Purificazione di Maria, la città accende le candele e, insieme, riattiva un sapere più profondo, stratificato, che precede e accompagna il cristianesimo. La luce benedetta non è solo simbolo di Cristo, ma erede di culti solari arcaici, legati al ritorno della luce dopo il cuore dell’inverno. A Napoli, dove nulla muore davvero ma tutto si trasforma, il sacro e il pagano non si escludono: dialogano.

La benedizione delle candele: luce consacrata e protezione domestica

Nel rito cristiano la Candelora prende forma concreta nella benedizione delle candele, celebrata all’inizio della messa del 2 febbraio. I fedeli entrano in chiesa con le candele spente, simbolo di un’umanità ancora in attesa; solo dopo la preghiera di benedizione la fiamma viene accesa e portata in processione, rievocando Cristo come lux ad revelationem gentium, luce per illuminare le genti.

A Napoli questa benedizione non resta confinata allo spazio liturgico. La candela benedetta viene riportata a casa, conservata per tutto l’anno, accesa in momenti liminali: temporali violenti, malattie, veglie, passaggi difficili. È un oggetto sacramentale, ma anche presidio apotropaico, ponte evidente tra cristianesimo e pratiche precristiane legate al fuoco sacro. Non è la grande luce trionfante del Natale, ma una luce fragile e vigile, che non cancella il buio ma lo attraversa. Una luce che si insegna a durare.

Mamma Schiavona: la Madonna nera di Montevergine

Nello stesso tempo rituale della Candelora, lo sguardo popolare napoletano e campano si sposta verso l’Irpinia, verso Montevergine, montagna sacra molto prima che santuario cristiano. Qui la devozione alla Madonna di Montevergine si intreccia con un culto arcaico della Grande Madre, legato alla fertilità, alla protezione, alla ciclicità della natura.

La Candelora: il rito della luce tra sacro, pagano e memoria popolare 1

A Montevergine la Madonna non è soltanto venerata: è chiamata per nome. Mamma Schiavona. Un appellativo che disorienta chi cerca definizioni rassicuranti, ma che custodisce una densità storica e simbolica profonda. Non è un diminutivo affettivo, né un’ombra di sottomissione. È un nome arcaico, stratificato, che parla di alterità, di margine, di accoglienza radicale.

Ed è proprio sul Monte Partenio, nel cuore dell’Irpinia, che si custodisce una delle icone più misteriose e venerate del Meridione: Mamma Schiavona, la Madonna nera del Santuario di Montevergine. L’imponente tavola lignea, realizzata su pannelli di pino, raggiunge i 4 metri e 30 di altezza per 2 metri e 10 di larghezza, e raffigura una “Maestà”, ovvero la Vergine seduta in trono mentre tiene in grembo il Bambino Gesù, poggiato sulla gamba sinistra. Il piccolo volge lo sguardo verso la Madre e con la mano destra afferra un lembo del suo manto, gesto che sintetizza insieme tenerezza e protezione divina.

Sopra l’effigie campeggia l’iscrizione “Nigra et formosa es, amica mea”, citazione che riecheggia un passo del Cantico dei Cantici: “Nera sono, ma bella, o figlia di Gerusalemme”. Questa frase, densa di significati mistici, introduce al simbolismo profondo delle Madonne nere, figure che affondano le loro radici nella spiritualità medievale e pagana.

Il colore scuro del volto e delle mani non è una semplice particolarità artistica: racchiude una potente valenza simbolica. La Madonna nera rappresenta il principio femminile universale, la Materia prima da cui origina ogni forma di vita. Il nero, colore della terra fertile e delle viscere del mondo, diventa così sintesi di mistero, fecondità e trasformazione.

In questa visione, Mamma Schiavona si collega idealmente a divinità antiche come Cibele, madre di tutti gli dèi, e Iside dell’Antico Egitto, venerata come Virgo paritura, la Vergine che partorisce. Proprio Iside, nella tradizione alchemica e simbolica, rappresentava la materia minerale allo stato grezzo, pronta a essere fecondata dalla luce del sole: la stessa dinamica che ritroviamo nella Vergine cristiana, madre per eccellenza e principio generatore dell’esistenza.

Per questo motivo, il culto di Mamma Schiavona non è soltanto un atto di devozione religiosa, ma anche un ponte tra sacro e arcaico, tra cristianesimo e antiche cosmologie. Ogni anno, migliaia di fedeli e pellegrini salgono a Montevergine per rendere omaggio a questa icona che, con il suo volto oscuro e amorevole, continua a incarnare il mistero eterno della Madre Terra e della Vita stessa.

Il santuario stesso sorge su un monte che era già sacro in epoca preromana. Qui si veneravano divinità femminili legate alla fertilità e alla protezione dei cicli naturali. Il cristianesimo non ha cancellato questo culto: lo ha trasformato, lasciando che la figura mariana assorbisse tratti della Grande Madre mediterranea. Mamma Schiavona è Maria, ma è anche molto di più.

“Se io sono brutta, allora loro dovranno venire fin quassù a farmi visita!” Così, secondo la tradizione popolare, la Madonna nera di Montevergine giustificava la sua fuga sul Monte Partenio: considerata la più “brutta” delle sette Madonne sorelle per il colore della pelle, ricevette l’appellativo di Schiavona, cioè “straniera”. Il maestro Roberto De Simone, nella sua raccolta Rituali e canti della tradizione in Campania, racconta questa storia con queste parole: “Esse sono tutte belle, tranne una che è brutta e perciò fugge su di un alto monte, Montevergine.” Con il tempo, la Mamma Schiavona si ribalta nella leggenda: diventa la più amata delle sorelle e viene celebrata due volte l’anno, a febbraio e a settembre.

Il termine schiavona non va letto quindi con lo sguardo contemporaneo, ma restituito alla sua ambiguità storica. Indica ciò che viene da fuori, ciò che non è addomesticato, ciò che non appartiene al centro del potere. È la Madonna degli esclusi, dei marginali, dei corpi non normati.

La leggenda della Madonna di Montevergine e la protezione degli esclusi

La Madonna Nera di Montevergine è da secoli percepita come una madre senza confini: potente, misericordiosa, capace di accogliere chiunque venga respinto dagli uomini. La sua fama di protettrice degli ultimi affonda le radici in una leggenda antica, collocata nel cuore del Medioevo, intorno al 1256.

Si racconta che in quell’anno due giovani uomini furono sorpresi mentre si scambiavano gesti d’amore. In un’epoca in cui simili sentimenti erano considerati un’onta insopportabile, la comunità reagì con una violenza esemplare: i ragazzi vennero spogliati, cacciati dal paese e legati a un albero sul Monte Partenio, condannati a una morte lenta, tra la fame e le belve.

Secondo la tradizione popolare, fu proprio la Vergine a intervenire. Mossa dalla compassione per quell’amore punito ingiustamente, sciolse le catene che imprigionavano i due giovani e li salvò. Il prodigio fu tale da costringere l’intera comunità a confrontarsi con ciò che aveva tentato di distruggere: l’amore, sopravvissuto alla crudeltà. Davanti al miracolo, non restò che accettare l’evidenza e lasciare che i due potessero vivere apertamente il loro legame.

Da quel momento, la Madonna di Montevergine assunse un volto ancora più profondo: non solo madre divina, ma rifugio per gli emarginati, scudo per i fragili, speranza per chi non trova spazio nel mondo. Il suo manto nero divenne simbolo di protezione universale, capace di avvolgere poveri, esclusi, peccatori e reietti senza distinzione.

I devoti che ogni anno salgono al santuario raccontano che Mamma Schiavona non chiede spiegazioni né giudica: perdona tutto, accoglie tutti. È una madre dal cuore smisurato, che comprende prima ancora di essere invocata.

Va però ricordato che, al di là della leggenda miracolosa, le origini storiche dell’Abbazia di Montevergine sono legate alla figura di San Guglielmo da Vercelli. Fu il suo fervore ascetico e la sua profonda devozione mariana a dare vita, nel XII secolo, a un centro spirituale dedicato alla Vergine. In quel luogo impervio e silenzioso, San Guglielmo e i suoi seguaci edificarono una chiesa e un primo cenobio, trasformando la montagna in un faro di fede e contemplazione.

La Juta a Montevergine: corpo, danza e ritualità popolare

Nel culto di Montevergine il corpo non viene silenziato. Al contrario, è protagonista. La danza, la tammorra, il canto non sono elementi accessori, ma strumenti di relazione con il sacro. La Madonna nera non chiede compostezza: accoglie il ritmo, il sudore, la voce che si incrina.

La Juta dei femminielli, in questo senso, non è una deviazione folcloristica, ma una liturgia parallela, antica quanto il monte. Il corpo che sale, che balla, che resiste al freddo, diventa offerta. La tammorra non accompagna la preghiera: la sostituisce.

La Juta ( l’andata intesa come la salita) a Montevergine, in particolare quella dei femminielli, non è una semplice “salita”, ma un vero pellegrinaggio rituale. Si parte in gruppo, spesso di notte o all’alba. Il cammino è accompagnato dal suono incessante della tammorra, dai canti a fronna, dai balli che rompono la linearità del passo. Il corpo diventa preghiera. La danza diventa linguaggio.

Salire significa esporsi: al freddo, alla fatica, allo sguardo altrui. Ma significa anche reclamare uno spazio sacro. A Montevergine, la Madonna accoglie chi storicamente è stato respinto altrove: il femminile eccedente, il genere non conforme, il desiderio che non chiede assoluzione ma riconoscimento. Purtroppo, a causa della frana, quest’anno non è stato possibile arrivare fino al Santuario, ma la natura non ha fermato le danze e le tammurriate che si sono comunque svolte all’inizio del lungo percorso.

La tammorra guida il passo come un battito uterino. È un suono che non accompagna: comanda. Impone il ritmo, annulla le gerarchie, crea comunità temporanea. Qui il sacro non è silenzioso, è corporeo, sudato, cantato.

Marcello Colasurdo e la voce della tradizione rituale campana

Marcello Colasurdo canta accompagnato dalla tammorra durante un rito della tradizione popolare campana

In questo paesaggio sonoro e rituale risuona ancora la voce di Marcello Colasurdo, interprete radicale della tammurriata, ma soprattutto testimone vivente di una tradizione non addomesticata. Colasurdo non separava il palco dalla strada, il rito dallo spettacolo. Il suo canto portava con sé la fatica, l’ironia, la rabbia e la sacralità del popolo.

La sua presenza nelle feste legate alla tammorra, a Montevergine, alle ritualità invernali e di passaggio, ha contribuito a mantenere aperto quel varco sottile tra memoria e presente. Con la sua scomparsa, la Candelora e i suoi riti sembrano chiedere ancora più attenzione, come se la tradizione, privata della voce, affidasse ora il compito all’ascolto.

Il migliaccio napoletano: dolce rituale della Candelora

Il migliaccio non è un semplice dolce stagionale. È un cibo di passaggio, come la Candelora stessa. Nasce povero, contadino, legato al ciclo del grano e al tempo in cui le dispense cominciavano lentamente a riaprirsi dopo l’inverno. Il nome rimanda al miglio, cereale antico, anche se nella tradizione napoletana il miglio è stato presto sostituito dal semolino, più disponibile e più duttile.

Fetta di migliaccio napoletano, dolce tradizionale della Candelora preparato con semolino e ricotta

A differenza dei dolci natalizi, carichi di zucchero e di attesa, il migliaccio è denso, umido, rassicurante. Non brilla. Non esibisce. Consola. È un dolce che non celebra l’abbondanza, ma la continuità. Si prepara quando il tempo sospeso del Natale si chiude e la luce, ormai benedetta, può camminare da sola. Non a caso entra nelle case subito dopo la Candelora, quando si smonta l’albero. Il gesto è lo stesso: togliere l’ornamento, tornare alla sostanza.

Il migliaccio è fatto di pochi ingredienti, ma richiede tempo, attenzione, mescolanza lenta. Come i riti veri. La ricotta, alimento di transizione per eccellenza, incontra il semolino cotto nel latte. Gli agrumi aprono il respiro. Le uova legano. Tutto si tiene. Nulla prevale. È una metafora culinaria della soglia.

Ricetta tradizionale del migliaccio napoletano

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm)

500 ml di latte intero
500 ml di acqua
250 g di semolino
500 g di ricotta vaccina ben scolata
300 g di zucchero
4 uova
30 g di burro
Scorza grattugiata di 1 arancia non trattata
Scorza grattugiata di 1 limone non trattato
1 bustina di vanillina oppure semi di vaniglia
Un pizzico di sale
Zucchero a velo per la finitura

Procedimento

Si porta a ebollizione il latte con l’acqua, il burro e il pizzico di sale. Quando il liquido freme, si versa il semolino a pioggia, mescolando con pazienza, senza fretta, fino a ottenere una crema densa. Questo è il momento più importante: il semolino non va forzato, ma accompagnato. Si lascia intiepidire.

A parte si lavora la ricotta con lo zucchero fino a renderla liscia. Si aggiungono le uova, una alla volta, poi le scorze degli agrumi e la vaniglia. Solo alla fine si incorpora il semolino, ormai tiepido, mescolando con movimenti ampi.

Il composto viene versato in uno stampo imburrato e infarinato. Si cuoce in forno statico a 180 gradi per circa 60 minuti, finché la superficie non assume un colore dorato, quasi brunito. Il migliaccio deve assestarsi lentamente: va lasciato riposare, idealmente fino al giorno dopo.

Prima di servire, una spolverata leggera di zucchero a velo. Nulla di più.

Candelora a Napoli: significato, riti e tradizioni popolari

La Candelora, celebrata il 2 febbraio, è una festa di passaggio che segna il ritorno simbolico della luce dopo il cuore dell’inverno. A Napoli e in Campania unisce riti cristiani, culti arcaici, devozione popolare, danza rituale e tradizioni alimentari, diventando una delle soglie culturali più profonde del calendario rituale.

Cos’è la Candelora e perché è importante a Napoli?

La Candelora, celebrata il 2 febbraio, è una festa che segna simbolicamente il ritorno della luce dopo il cuore dell’inverno. A Napoli e in Campania non è solo una ricorrenza liturgica, ma una soglia rituale in cui si intrecciano devozione cristiana, culti arcaici della luce e memoria popolare.

Qual è il legame tra la Candelora e Montevergine?

Nel tempo della Candelora si rinnova il culto della Madonna di Montevergine, detta Mamma Schiavona, figura centrale della spiritualità popolare campana. La sua devozione unisce elementi cristiani e precristiani ed è profondamente legata ai temi dell’accoglienza, della fertilità e della protezione degli esclusi.

Quali tradizioni popolari sono legate alla Candelora?

Tra le pratiche più significative vi sono la benedizione delle candele, la Juta a Montevergine con tammorre e danze rituali, e la preparazione del migliaccio napoletano, dolce simbolico che accompagna il passaggio dall’inverno verso la luce.

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